Quando Charlot era di latta

Dalla mia rubrica “Bambini” su TuttoMilano di Repubblica. Circola sui social il video con le reazioni di alcuni bambini seduti davanti a un telefono non proprio di ultimissima generazione, vista la cornetta da sollevare, il filo arrotolato e la rotellina da ruotare infilandoci il dito. La sequenza fata di curiosità, sorpresa e voglia di scoprire quest’oggetto così strano si chiude con la sentenza di uno di loro: “Mi piace di più questo, però… è più comodo il mio“. Qualcosa del genere potrebbe capitare ai coetanei della “generazione Alpha” (under 2010) e dintorni, in visita a “La latta e molto altro”, la mostra di scatole, targhe e giocattoli d’epoca, in latta e in legno, che inaugura venerdì 19 giugno al Teatro Gerolamo.

Per i venticinque modelli di cannoni da guerra (la maggior parte di legno), veterani di mille battaglie immaginate, la sfida contro un app di giochi da smartphone è in salita, ma guai a sottovalutare la capacità di sorprendere dei bambini. Poi c’è sempre quella regola non scritta: arriva un momento in cui le cose smettono di essere vecchie e diventano “d’epoca”. E allora acquisiscono un fascino capace di attraversare le generazioni e di rapire l’attenzione. E’ qualcosa che va di là della nostalgia. Al Gerolamo sono in esposizione oltre cinquecento pezzi che vanno dalla fine dell’Ottocento agli anni Sessanta del Novecento. Ci sono scatole di latta di dolci e biscotti e, appunto, giocattoli. Tanto, ma tanto diversi dai nostri. Le prime hanno un risvolto culturale, perchè narrano la storia dello sviluppo industriale del nostro Paese dal punto di vista della produzione di oggetti di uso comune. I bidoni Saiwa, per dirne una, nei quali venivano esposti i biscotti sfusi in negozio all’inizio del ‘900, e la scatola rossa triangolare della stessa azienda, con la dedica di Gabriele D’Annunzio. Oppure le prime confezioni della Zeda, illustrate da Mauzan e Dudovich (1910/20), o ancora le litografie degli amaretti di Saronno della Lazzaroni. Il design e le decorazioni familiari rimandano alla semplicità di una una domenica di festa, alla merenda con la nonna. Rimandano a una comunicazione che resta “pubblicitaria”, però autentica, non artefatta.

Anche i balocchi esposti contengono una narrazione indiretta. Se le scatole mostrano l’evoluzione della produzione italiana, i giochi sono evidentemente fatti per bambini di un’altra era: quella in cui erano loro a dover attivare l’immaginazione per inventare storie e situazioni, invece che trovarsele servite su un schermo. L’altra faccia della medaglia era la funzione “formativa”, tra molte virgolette, del gioco. Il bambino non era un soggetto sociale autonomo, ma un piccolo adulto che, giocando, si preparava alla vita. Se maschio giocava alla guerra, se femmina a giochi che rimandavano a ruoli domestici. Nel Novecento i giocattoli iniziano a contenere meccanismi come quelli “a frizione” o a “molla” che generavano il movimento. In mostra si vedono la scimmia che fa acrobazie sulla moto e gli Charlot della Bell che camminano saltellando, ruotando il bastone e muovendo la testa. La mostra è suddivisa su due piani: una parte dei pezzi è esposta sul loggione. I visitatori possono vedere i giocattoli in vetrina e osservarne il movimento da uno schermo posizionato sul palcoscenico.  

GiampRem