L’American Academy of Pediatrics: stop alla pubblicità per i bambini

diarioC’è qualcosa, su questo sito, che non sia già stato detto a proposito di bambini e pubblicità? In home page c’è l’elenco dei post di questi primissimi (quasi) 8 anni. Stavolta è l’American Academy of Pediatrics che interviene in modo deciso e chiede una legge che vieti tutta la pubblicità ai bambini minori di 7 anni, nonchè di regolare e porre limiti a quella dei ragazzi fino a 17. Gli argomenti sono gli stessi di sempre: il rischio di assunzione di bevande ipercaloriche, l’assenza  di strumenti critici che inibiscano (o regolino) l’impulso, gli stimoli fortissimi, abilmente studiati da influencer o celebrità sui social network, l’utilizzo di personaggi dei cartoni animati per risultare più persuasivi, la raccolta di dati. I pediatri insistono perchè i genitori controllino le impostazioni sulla privacy dei dispositivi. Queste le loro conclusioni:

Molte risorse multimediali digitali, tra cui app, programmi, giochi e materiale didattico, sono sovvenzionate e supportate da dollari pubblicitari. Le esigenze di sviluppo uniche di bambini e adolescenti li rendono più vulnerabili agli effetti negativi sulla salute fisica, mentale e finanziaria del marketing digitale. Sebbene i genitori svolgano un ruolo importante nell’aiutare i propri figli a criticare i messaggi dei media, a identificare approcci pubblicitari surrettizi e a resistere alla loro influenza, è anche fondamentale che vi siano misure in atto negli ambienti dei media digitali dei bambini per proteggere i loro bisogni.

E siccome vietare non basta, per fornire strumenti di interpretazione l’Accademia dei Pediatri auspica l’alfabetizzazione digitale nelle scuole, il finanziamento della ricerca degli effetti della pubblicità nei media digitali.

Ma guarda un po’. Tutti argomenti che qui vengono ripresi da 2846 giorni, senza che  siano circondati da consigli per gli acquisti, onde evitare il paradosso che, quegli argomenti, diventino a loro volta mezzi per vendere qualcosa. Qui, in questo sito, quegli argomenti sono e restano il fine. Una domanda per concludere: se i pediatri americani lanciano l’allarme sugli effetti dell’esposizione dei bambini alla pubblicità, come pensano di agire in concreto (quindi a parte l’autoreferenzialità sui social) gli operatori della cultura per l’infanzia italiani? A cosa sono disposti a rinunciare per giocare questa difficilissima partita per l’infanzia… e forse anche per l’informazione? 

GiampRem