Ovvio e la mala pianta

Puntuale come sempre, ecco il racconto natalizio di Paolo Gatto, che da tanti anni fa sentire così la sua vicinanza al sito. Questa volta c’è una cattiva pianta che nessuno, in paese, riesce a estirpare. Nessuno tranne uno straniero, che individua un astuto stratagemma. E’ proprio vero che ognuno ha qualcosa da insegnare. Grazie Paolo per questo ennesimo regalo!
GiampRem

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 La mala pianta, foto © Bimbì

Ad un certo punto a Farlocchia, borgo abitato “nel tempo che fu” dal popolo dei farlocchi, germogliò una strana pianta che rapidamente divenne un albero gigantesco che, con la sua ombra estesa e invadente, rabbuiava ogni cosa. Per via dell’oscurità che esso proiettava sul paesaggio fu subito denominato “la mala pianta”. Aveva, quest’albero, un aspetto funesto e inquietante. Il tronco, i rami spinosi ed acuminati con le foglie di un nero opaco a punta di freccia, erano torvi, selvaggi, minacciosi. La “mala pianta” dava persino la raccapricciante impressione di avere un’anima; un’anima terribilmente malvagia. Ben presto cominciò ad emanare un asfissiante fetore di immondizia e di fogna capace di avvelenare chiunque.  Fu da allora che ebbe inizio una lunga serie di vittime soffocate dalle sue  malsane e irrespirabili esalazioni.

Per eliminare l’albero killer, i governanti di Farlocchia convocarono vari esperti.

Stregoni, ciarlatani, mercenari, botanici, tutti rigorosamente farlocchi, si avvicendarono inutilmente nell’organizzare la reazione a tanta minaccia cioè la distruzione della mala pianta. Ogni “esperto” chiamato a salvare la Patria affermava pubblicamente di avere la soluzione al problema. Poi alla prova dei fatti immancabilmente falliva.

La mala pianta prosperava rigogliosa e maligna mentre la situazione peggiorava di giorno in giorno. I morti asfissiati erano in continuo aumento. Ad ogni attacco, persino ad ogni cannonata, la pianta cresceva sempre di più e perfezionava le proprie mortifere prestazioni.  Il suo fetore cambiava di giorno in giorno divenendo sempre più penetrante. Ad un certo punto si scoprì che la pianta era ignifuga cioè insensibile al fuoco e quindi non la si poteva bruciare. E nemmeno con le bombe si riusciva a scalfirla. Le bombe le esplodevano inutilmente addosso e neanche la forza d’urto generata dalle esplosioni la faceva flettere di un millimetro. Insomma, le bombe e gli esplosivi non le procuravano neanche il solletico. Il lanciafiamme, l’abbiamo detto, nemmeno le scaldava il tronco. Si poteva segare, quell’albero? No. Era resistente a tutte le motoseghe. Risultava persino più duro e robusto del titanio.

Un giorno,  all’improvviso, la mala pianta cominciò a spruzzare  un profumo ammaliante che s’insinuava e si spandeva nell’aria. Fu proprio allora che le vittime aumentarono. Dopo un po’ che folle enormi di farlocchi le si erano avvicinate stupidamente attratte da quella fragranza accattivante e piacevole, “deliziosa” sottolineavano i più prima di morire,  si cominciarono ad udire forti e strozzati colpi di tosse, lamenti sempre più flebili seguiti dal fracasso dei corpi che, inerti, si abbattevano al suolo. In tanti quel giorno rimasero uccisi. Nei giorni seguenti i cimiteri si riempirono tristemente di tante famiglie di farlocchi. Una vera tragedia, insomma, che non si sapeva proprio come gestire. Tutti si ponevano questa domanda: che fare?

Mentre in tanti si avvicendavano inutilmente a combattere la pianta letale, giunse a Farlocchia uno straniero. Nessuno seppe mai come ed a seguito di quali disavventure fosse arrivato in quello strano luogo noto ovunque per essere inospitale e razzista. E non si seppe neanche perché nessun farlocco notò quel “clandestino” o gli chiese qualcosa o provò a capire chi era e come  mai era capitato proprio lì.

Comunque sia, il forestiero, che aveva la faccia da straniero ed era vestito da straniero, aveva compreso subito che la situazione era gravissima e che gli attacchi violenti contro quell’orribile pianta  non servivano a nulla. Ad ogni assalto quel mostro cresceva infatti più forte e più minaccioso di prima.

Una notte, mentre la mala pianta sonnecchiava o dormiva, lo straniero le andò incontro col passo rallentato e felpato del gatto quando punta la preda. Arrivato a notevole distanza cominciò a scavare pian piano, muovendosi sempre come al rallentatore, con cautela. Così fece ogni notte, non notato o non visto da nessuno, notte dopo notte, per mesi e mesi, che dico?, per anni ed anni perché le cose

importanti richiedono molto tempo e solo gli sciocchi pretendono di farle in un attimo, dall’oggi al domani.

Mentre tanti farlocchi continuavano a morire portando attacchi guerreschi o grotteschi all’albero nemico, lo straniero girava intorno alla pianta, le scavava intorno intorno, standole sempre lontano, piano piano, aggirandola ed evitandola. Lentamente scavava, scavava. In profondità. Tratteneva il fiato per non smuovere l’aria e per non far rumore e scavava. In silenzio, invisibile, “inesistente”. Così facendo, piano piano le si avvicinava in superficie e in profondità.

Un giorno i farlocchi notarono un’enorme, profondissima buca tutt’intorno e vicinissima all’albero della morte. Quel giorno lo straniero andò dal fornaio. Comprò del pane. Ne prese una briciola. Con una piccola fionda la scagliò da notevole distanza contro l’albero della morte. Come se il tempo si fosse fermato chissà per quale sortilegio o magia, accompagnata da un silenzio abissale, la briciola iniziò un fiacco e preciso viaggio in direzione dell’albero, librandosi lieve nell’aria con indolenza, al rallenty, con la stessa disumana lentezza e pazienza di chi, prima di scagliarla, aveva tanto e tanto a lungo scavato. Alla fine arrivò al bersaglio, colpì l’albero mentre questo, come abbiamo detto, neanche si era accorto della sua presenza. E siccome tutta quella voragine che gli era stata scavata intorno aveva lasciato scoperte lunghe e possenti radici che nel frattempo, esposte al sole cocente, erano essiccate e morenti, bastò quel debole urto della mollicuccia per fargli perdere l’equilibrio e mandarlo per terra in men che non si dica a gambe levate. L’impatto col suolo produsse un effetto simile ad un fortissimo terremoto. La terra tremò paurosamente e insieme a lei tremarono uomini e cose. Poi si assestò e ci fu una rassicurante sensazione di pace. Le foglie nere erano schizzate per aria insieme ad uccellacci e uccellini e molte, acuminate com’erano, ricadendo si erano conficcate nel terreno.

“Oh!…” fu il coro di meraviglia e di liberazione del popolo di Farlocchia alla vista del risultato.

Stregoni, ciarlatani, mercenari, botanici, tutti rigorosamente farlocchi da mille generazioni, alla vista delle enormi e disidratate radici, si stupirono, per prima cosa, di tanta ovvietà. Poi si levò un coro di voci con una di quelle intonazioni di quando hai capito, ma solo alla fine, qualcosa che per salvarti avresti dovuto capire sin dall’inizio: “Le radici, andavano estirpate le radici per vincerlo!”. Guardarono con ammirazione lo straniero, loro che erano abitualmente ottusi e razzisti. Benché avesse la faccia da straniero e fosse vestito da straniero, lo acclamarono riconoscenti. Lo nominarono loro eroe. “Cittadinanza subito!” scandirono i più deficienti. E siccome non si erano neanche accorti che quel forestiero era arrivato nel loro paese, per giunta a salvarli, gli chiesero, dopo anni che lui, massiccio e invisibile, gli era stato accanto, come si chiamasse. “Ovvio”, rispose il loro eroe accennando ad un vago sorriso, tra il divertito e il compassionevole. Poi, lui che si era fermato a Farlocchia solo per dare una mano, diretto altrove, prese il viale che gli stava davanti dinoccolandosi lentamente, col cuor contento, intonando una canzonaccia. In lontananza divenne un puntino piccolo piccolo. E alla fine scomparve per sempre.

Paolo Gatto

perpaologatto@gmail.com