Kamishibai, lo stupore in un teatro

Dalla mia rubrica “Bambini” su TuttoMilano di Repubblica. Quella sera alla Corte dei Miracoli, per lo spettacolo di Kamishibai. Chissà se un giorno i bambini la metteranno alla voce “stupore” la prima volta con quest’antica forma teatrale giapponese di narrazione per immagini. O magari alla voce “semplicità”. C’è una distanza sterminata tra i video in 4k full hd che straripano ritmo dagli schermi e i disegni che il kamishibaiya (narratore) trascina manualmente, lentamente, da destra verso sinistra, lato spettatore, per liberare la visione del quadro successivo. Ma forse è proprio quella morbida naturalezza di gesti che riesce a conquistare l’attenzione dei piccoli, senza bisogno di soggiogarla astutamente con il ritmo. Pino Zema è un maestro di questa forma di narrazione. E’ membro associato dell’International Kamishibai Association of Japan e ha dato vita al progetto “Kamishibai Milano” per promuoverne lo studio e la diffusione. Domenica 8 settembre alle 20 il suo percorso conosce una nuova tappa alla Corte dei Miracoli: le fiabe tradizionali giapponesi anticipano infatti il vernissage della mostra “Carta e spirito”, con le opere di Musashi Atsuhiko e Kawai Katsunori. Ancora qualche pillola. Il termine Kamishibai è composto da “kami” (carta) e “shibai” teatro. In realtà, poi, sono gli sfondi a essere di carta, perché il teatrino (“butai”) è una piccola valigetta di legno che il narratore, letteralmente… schiude davanti al pubblico, per poi far scorrere tra le quinte le immagini disegnate, mentre racconta. Questa forma di espressione ha avuto un grande successo in particolare tra gli anni ’30 e gli anni ’50 del Novecento nelle strade dei villaggi giapponesi. In rete si trovano immagini di narratori d’epoca che arrivavano in bicicletta e vendevano dolci e caramelle per autofinanziarsi. Poi è arrivato il denki kamishibai, o “kamisihibai elettrico”, come veniva chiamata la televisione, ed è iniziato il declino. Eppure, se è vero che il medium è il messaggio (McLuhan), per i bambini è indispensabile sapere che l’antidoto allo stereotipo sta nella varietà degli strumenti di narrazione più che nella narrazione stessa. Praticamente un’insolenza nei giorni delle pose, dei tatuaggi e dello standard auto-celebrativo sui social.

GiampRem

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