“E tu da che parte stai?”: l’educazione all’ozio

E tu da che parte staiTra le infinite opportunità di approfondimento che offriva la prima edizione di “E tu da che parte stai?“, la giornata dedicata alla cultura per l’infanzia che si è svolta ieri alla Società Umanitaria,  la tavola rotonda “Ozio e gioco libero” mi incuriosiva per la provocazione che conteneva indirettamente.  Si è trattato di una sorta di elogio dell’ozio, peraltro in un’epoca in cui l’efficientismo prende mille forme, non ultima quella della connessione  forzata e permanente. Cinzia D’Alessandro ha moderato gli interventi di Giovanni Mari (docente di filosofia e scrittore), Francesca Antonacci (docente alla Bicocca), Marta Versiglia (CPP di Daniele Novara) e Laura Branca (Bologna Nidi).

Pur tra mille sfumature che non riesco a riportare nella loro completezza, il senso ultimo di questa tavola rotonda mi è parso l’invito non considerare come “perduto” un tempo dei bambini che non fosse organizzato dagli adulti e tarato sulle loro caratteristiche. La piccola/grande  provocazione era quella di considerare l’ozio come momento in cui riuscire a stare con se stessi. Giocando un po’ come viene, oppure fermandosi a vagare con la mente. Come una leva per riprendere contatto con sè, per riscoprire i propri veri bisogni. E quindi, pensavo mentre ascoltavo in silenzio quegli interventi così interessanti, per tendere a una felicità che sia davvero la “propria” invece che la sua rappresentazione disegnata in laboratorio e proiettata sullo schermo ovviamente associata all’acquisto di qualcosa. Educare i bambini a “oziare” (nell’accezione descritta sopra, che nulla a che vedere con la passività) già in età verdissima potrebbe dunque significare liberarli da un’interpretazione adulta e malata del tempo come qualcosa che va consumato invece che vissuto.

Forse mi sto spingendo troppo in là, accetto l’ipotesi… forse è solo la voglia di vedere concretizzato in una formula quello che sto dicendo e scrivendo da 2415 giorni… ma mi piace pensare che possa essere proprio così. Loro, da educatrici che operano direttamente con i bambini, in questa definizione di “ozio” probabilmente hanno visto prima di tutto una modalità più rispettosa di far vivere il tempo ai piccoli durante la loro permanenza al nido/asilo. Ed è vero. E’ proprio così. Io però, da scrivente sensibile alla difesa dell’immaginario dell’infanzia (e nella difesa dell’informazione che di cultura per l’infanzia si occupa) dall’assalto pubblicitario, che è implacabile più di quanto si riesca a percepire, ci ho visto prima di tutto un esempio di quegli “strumenti di interpretazione” che da tempo auspico vengano  consegnati ai bambini fin dalla tenera età. L’educazione all’ozio come primissimo passo per far crescere cittadini che inseguono la propria felicità e non la felicità rappresentata in uno spot o misurabile con le conferme social.

GiampRem

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