Bambini, ragazzi e pubblicità: intervista aperta a chi ha idee da suggerire

children at school sit in the classroom – PH aletia2011 – fotolia.com

Giovedi 6 dicembre ho scritto all’Ufficio Stampa del Ministero dell’Istruzione per chiedere un’intervista al ministro sul tema del rapporto tra bambini e pubblicità. Ho anche inviato le domande che vedete qui  sotto. Essendo Bimbì non proprio la CNN, l’eventualità di non ottenere risposta l’avevo messa in conto. Potrò sempre lasciare le domande sul sito – mi son detto -. Chissà che a qualcuno non venga voglia di dire la sua e di invitare altri a rispondere. In fondo, l’idea di un’intervista aperta, che cresce dal basso, mi stuzzicava fin da quando l’ho preparata. In particolare è la domanda  qui sotto che mi interessa di più perchè è la proposta di un’azione concreta. Voi come la pensate? Non posto l’intervista sui social perchè voglio che le idee emergano per lo spessore, non per la prestanza o per ego-duelli dialettici. Se avete qualche risposta, e se avete piacere di inviarla, potete farlo scrivendo a accentosuibambini@gmail.com . Io Ia pubblicherò qui. Grazie!
GiampRem

La domanda che mi preme davvero è questa:

6) Voglio chiudere con una proposta concreta. Penso alla nascita di un’équipe formata da docenti, psicologi, pedagogisti, operatori della cultura per l’infanzia (a partire dal teatro) che studi un intervento mirato dalle materne alle secondarie, con linguaggi e modalità diverse. Obiettivo: dare a bambini e ragazzi chiavi di interpretazione dei meccanismi e delle persuasioni pubblicitarie. Come giudicherebbe la nascita di una disciplina di questo tipo?

COSCIENZA CRITICA

Interessante proposta quella contenuta nella domanda.

Lusinghiero che si pensi al Teatro Ragazzi come ad un partner importante nello studio di un intervento mirato all’analisi critica della pubblicità. (Anche se il teatro non è – e non deve essere, a mio parere – il “facilitatore” per rendere semplici e accattivanti argomenti di studio. Ma qui si apre un dibattito che ci porterebbe lontano dall’argomento della domanda posta).

Condivido pienamente l’intervento di Maria Chiara, che non a caso si occupa di comunicazione. Non la proposta, dunque, di una “materia” di insegnamento specifica sull’analisi della pubblicità, ma un percorso che sviluppi la coscienza critica. Che parta dalla scuola dell’Infanzia e giunga fino alle Secondarie. Che insegni a decostruire il messaggio e ad analizzare le sue componenti.

In questo modo potremmo avere generazioni di futuri uomini e donne in grado di capire quanto viene loro proposto da tutti i tipi di pubblicità . In grado di giudicare e scegliere, criticamente, prodotti e pensieri proposti dai vari media. In poche parole “a pensare con la propria testa”.

Progetto ambizioso e bellissimo che sottoscriverei in pieno, se avessimo formatori preparati in questo senso. In effetti dovremmo averli già: si chiamano scuole e soprattutto insegnanti. Ma pochi, per ragioni diverse, sono in grado di assolvere al grande compito di insegnare a ragionare.

(Nicoletta Cardone Johnson (programmatrice Teatro Piccolissimo Spazioteatro89 – 01/02)

DA STUDIARE A SCUOLA, COME UNA TEMATICA INTERDISCIPLINARE

La pubblicità interessa tutti i sensi, dalla vista all’udito passando per l’olfatto, il tatto e il gusto. Essa invade la Tv, il quotidiano locale, la rivista patinata e i siti internet utilizzando ogni mezzo e strumento utile che può arrivare a condizionare le nostre scelte. Ma mira anche a cambiare le nostre abitudini, le nostre preferenze, utilizzando le tecniche del “marketing” per cui un semplice slogan o jingle pubblicitario in pochi minuti riesce ad entrare nel nostro cervello e a condizionare le scelte di prodotti alimentari e/o di altro genere.

La pubblicità è inoltre accattivante, veloce e anche aggressiva. Ecco perchè andrebbe studiata ed esaminata a fondo nelle scuole di ogni ordine e grado in modo che gli studenti possano avere le conoscenze e le abilità per interpretare il messaggio pubblicitario, catalogarlo e connettere infine il loro curriculum con il mondo di oggi , invaso da messaggi publlicitari anche ingannevoli.

Ecco allora la Pubblicità  non come materia scolastica fine a se stessa, bensì come tematica che passa attraverso gran parte delle materie scolastiche dalla lingua alla storia, dall’arte alle scienze, dalla matematica alla geografia. Per esempio se si sta studiando il lessico di un testo storico, si potrebbe attivare un parallelo con il linguaggio di un messaggio pubblicitario per andare a scoprire perchè la scelta di questo o quel verbo, aggettivo, nome o di questo o quel linguaggio particolare. Ancora, durante la lezione di lingua straniera, si potrebbero comparare le pubblicità nostre con quelle del paese di cui si studia la lingua….ecc.ecc..

In sostanza considerare la Pubblicità come strumento interculturale che passa attraverso le svariate materie del curriculum scolastico, in modo da rendere gli studenti (futuri cittadini e acquirenti) più consapevoli e informati.

(Mauro Verde  (23/01)

PER FORMARSI UNA COSCIENZA CRITICA
Io non ho figli, né sono una pedagogista, ma mi occupo di comunicazione e conosco bene i suoi meccanismi. Penso che la cosa fondamentale per una persona e quindi per un bambino sia formarsi una coscienza critica, pensare con la propria testa e noi adulti dobbiamo aiutarli a farlo. Solo così potranno poi essere esposti alla pubblicità, ai social e a internet. Questo problema viene, secondo la mia esperienza, troppo sottovalutato, ed è necessario che se ne parli e che si stimoli l’opinione pubblica in questo senso.

Maria Chiara (19/01)
SEMPRE ON LINE, SEMPRE CONNESSI
Premetto che ho una figlia di quasi 3 anni che ancora non ha mai visto un cartone animato. I pediatri sconsigliano infatti di mettere bambini così piccoli di fronte ad uno schermo prima di questa età e cerco di rispettare questo consiglio. Il mio obiettivo è comunque quello di limitare l’accesso a video e schermi ma mi rendo conto che con il passare del tempo la cosa sarà sempre più difficile e vorrei che la scuola fornisse degli strumenti di interpretazione della pubblicità ma anche che insegnasse ai ragazzi il giusto distacco. Siamo costantemente stimolati da migliaia di immagini, banner, messaggi. Siamo sempre online, sempre connessi, sempre disponibili e, di conseguenza, sempre più adescabili. La scuola non credo che possa prescindere ormai dalle nuove tecnologie e spero davvero che riesca a leggere la realtà per interpretarla.

Martina (18/01)
QUASI IMPOSSIBILE. QUANDO COMINCIAMO?
Credo che sia una idea molto interessante anche se mi domando se, come propone Janna, non sia invece controproducente affidare il ruolo di “educazione contro le arti oscure” (parafrasando Harry Potter) a “maghi pubblicitari  esperti”. Non potrebbe questo comportare il rischio che i ragazzi vengano “addestrati“ alle arti della pubblicità? Certo… sembra proprio di pensare male di tutta una categoria ma il mio ricordo vola ai tempi delle mie superiori, in cui frequentavo un istituto di grafica pubblicitaria (fondamentalmente perché mi piaceva disegnare). La mia più grande delusione è stata quando l’insegnante di tecnica pubblicitaria ha esordito dicendo: “se siete in questa scuola è perché avete deciso di vendere la coca-cola ai bambini del Biafra“. Volevo morire e contestualmente cambiare scuola. Cominciai ad avere voti scarsissimi in quella materia.  Penso quindi che forse sarebbe più utile una squadra di psicologi e comunicatori in grado di scardinare i meccanismi su cui fa leva la pubblicità.  Mi domando inoltre, dove la posizioniamo, in un programma scolastico, una materia come questa: tra “arte e immagine” ed “educazione civica”?  Altra domanda: ma il garante per la pubblicità e il garante per l’infanzia cosa pensano al riguardo? Si sono mai confrontati su questa tematica che li accomuna? Insomma, ciò che mi lascia perplessa è la fattibilità di questa proposta. Ma d’altronde se non si comincia da qualche parte… quindi… quando cominciamo?

Momò (compagnia di teatro ragazzi “4gatti” – 18/01)

EQUIPE DI SALVATAGGIO ANIME
Certamente ora più che mai servirebbe un antidoto all’incantesimo della pubblicità, parola ormai ‘interiorizzata’ nel DNA di troppi esseri umani, che non potrebbero nemmeno immaginare una città priva di loghi e immagini che parlano, quando non urlano, da ogni dove cercando di venderti qualche cosa. Che poi se ‘entrassimo’ nel corpo della parola troveremmo anche significati ‘puliti’, ad esempio dal sito della Treccani:

“pubblicità s. f. [dal fr. publicité, der. di public «pubblico1»]. – 1. Il fatto d’essere pubblico, di svolgersi alla presenza del pubblico, …. far conoscere, e quindi rendere pubblici, intenzionalmente o involontariamente, fatti che potrebbero o dovrebbero essere ignorati …  richiamare, con varî mezzi, l’attenzione del pubblico su fatti, eventi, scoperte e invenzioni, prodotti, spettacoli, ecc.”

Diciamo che i problemi iniziano a sorgere dal punto 3 in poi quando si dice:

“3. L’insieme di tutti i mezzi e modi usati allo scopo di segnalare l’esistenza e far conoscere le caratteristiche di prodotti, servizî, prestazioni di vario genere predisponendo i messaggi ritenuti più idonei per il tipo di mercato verso cui sono indirizzati.…”

e allora è un attimo finire in un’azione  ingannevole,

“che promette cose che non è in grado di mantenere o non consente di essere facilmente riconosciuta in quanto tale.”

O addirittura occulta subliminale,

“quella particolare forma di pubblicità occulta fatta di rapidissime immagini cinematografiche o televisive che, pur non essendo percepite chiaramente dall’occhio dello spettatore o del telespettatore, sono comunque in grado di influenzarne il comportamento di consumatore in quanto registrate in un modo o nell’altro dal suo inconscio”.

I mezzi tentacolari con i quali la distorsione si realizza sono

p. affissionale, murale, giornalistica (o a mezzo stampa), luminosa, radiofonica, televisiva, cinematografica; e … aimè  p. redazionale, inserita a pagamento in giornali e riviste, ma in forma di articolo informativo, di notizia obiettiva…”

e chi lavora in un ufficio stampa o in una redazione di giornale questa ‘sana’ pratica la conosce anche fin troppo bene. Infine arriviamo alla p. diretta (o direct marketing), ovvero

“quella che si rivolge direttamente ai consumatori inviando loro lettere, dépliant, cataloghi, e-mail, ecc. In partic., lo spazio della pagina di un quotidiano o di un periodico riservato all’informazione commerciale, e per estens. anche le parti di trasmissioni televisive, radiofoniche, o di spettacoli cinematografici riservate a tali informazioni”.

Peccato che Treccani pare non saperne ancora nulla del fantastico mondo di Seo, social, algoritmi e smartphone

Concludo applaudendo l’arrivo un’équipe di salvataggio anime che in realtà servirebbe a tutti i ‘contagiati’, diciamo che partire dai bambini sarebbe già un miracolo!

(Jeunefille – 16/1)

ENTUSIASMO
E’ una proposta che suscita il mio entusiasmo: è quanto mai opportuno dare vita a realtà che creino sinergie, cha attraverso la confluenza dei saperi offrano al mondo dell’infanzia la possibilità di esplorare il mondo circostante e il proprio mondo interiore. Ritengo che questo sosterrebbe una apertura mentale capace di scardinare qualunque meccanismo di persuasione e controllo.
(Pino Zema – 8/1)

SINERGIA
L’educazione avrebbe bisogno di direttori artistici e l’arte di educatori! È un gioco di parole ma mi è sempre evidente come lo strumento artistico sappia essere efficace nella comunicazione di concetti alimenti noiosi e complessi (e negli anni abbiamo fatto spettacolo su tutto dalle degenze ospedaliere alle sepolture monumentali, dall’astronomia all’avvistamento dei cetacei, dai bagni turchi alle miniere della val Trompia…), gli dia un appeal unico particolarmente efficace nel confronto con il mondo immaginario e fantastico dei bambini e dei ragazzi. Altrettanto l’arte ha bisogno di educatori. Lavoriamo con le emozioni dei nostri spettatori e conoscere quello che stiamo facendo è fondamentale per comprendere e agire meglio. Ma soprattutto per agire insieme creando inattese sinergie! E questa proposta mi pare, appunto, un’inattesa sinergia. Non riesco però proprio a immaginare come potrebbe formarsi e agire… sarà un’altra storia complessa da raccontare! (Luca Ciancia, responsabile organizzativo Ditta Gioco Fiaba – 8/1)

CON L’AIUTO DEI PUBBLICITARI
Ho letto con molto interesse la tua proposta. In realtà le domande 1 e 2 3 4 5 sono domande retoriche, nel senso  che è chiaro che funziona  così… Sono una premessa alla domanda/suggerimento che fai al punto 6  che personalmente trovo interessante e costruttiva  e assolutamente attuale come contenuto. Secondo me non passerà mai l’idea di “creare una disciplina ad hoc” sull’argomento pubblicità, mentre invece si presterebbe a diventare “materia”  una disciplina che si occupasse di studiare/smontare/ rimontare/capire/difendersi/ comunicare (quindi tutta la gamma del positivo-negativo) dei linguaggi multimediali, che sono veicolo da un lato dell’informazione e della narrazione, ma anche ahimè della veicolazione dei messaggi pubblicitari. All’interno di questa disciplina c’è anche, inderogabilmente, il grande discorso che si occupa della pubblicità: come aiutare i bambini a decifrare i messaggi pubblicitari. E in questo campo, i primi che possono essere di aiuto… sono i pubblicitari che possono rendere trasparenti ai ragazzi gli strumenti che loro usano per convincere.
(Janna  Carioli, autrice e televisiva e scrittrice – 7/1)

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Di seguito le altre cinque domande. Per evitare una paginata troppo lunga, le ripropongo qui, insieme alle risposte di chi ha accolto il mio invito. Grazie!

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