Jaron Lanier a proposito di internet, social media, pubblicità e gratuità

⛵ Un paio di settimane fa mi sono disconnesso (profilo e pagina) da facebook e twitter. Starci mi sembrava inutile e, quel che è peggio, iniziava a sembrarmi vagamente contradditorio rispetto al mio progetto di sito che cerca di finanziarsi senza pubblicità, ma con la vendita dei due libri autoprodotti che vedete a destra. Poi mi sono imbattuto in questo lucido e poetico intervento di Jaron Lanier – autore che già conoscevo e di cui sul sito ho già scritto in passato – e ho trovato nuovi spunti di riflessione. Grazie ai sottotitoli in francese ho potuto comprendere con le mie sole forze. Riporto integralmene la mia traduzione della conferenza (dal talk “TED, idee che vale la pena di diffondere”) sapendo che è lunga per gli standard di attenzione sul web, che  in agosto normalmente gli interessi sono altri e che comprendere ascoltando è mille volte meglio. Fa niente. La riporto pensando che se anche una sola persona fosse colta da un dubbio, di qui a chissà quando, già ne sarebbe valsa la pena.  Dall’esterno del recinto degli algoritmi e degli “analytics”, infatti, la prospettiva si rovescia: una persona diventa tantissimo.
Buon ascolto o buona lettura
GiampRem

* * *


Negli anni Ottanta ho dato la prima conferenza TED e ho fatto alcune delle prime dimostrazioni pubbliche della realtà virtuale sulla scena di TED. All’epoca si sapeva che eravamo di fronte a un avvenire complicato, in cui la tecnologia di cui avevamo bisogno, la tecnologia che amavamo, poteva causare la nostra perdita.  Si sapeva che se avessimo considerato la nostra tecnologia come un mezzo per ottenere solo più potere, se si trattava solo di potere, avremmo finito per distruggerci. E’ quello che succede quando si è solo assetati  di potere.  

Dunque, all’epoca, l’idealismo della cultura digitale, consisteva prima di tutto  nel riconoscerne il possibile lato oscuro e nel cercare d’immaginare un modo per affrontarlo (superarlo) con la bellezza e la creatività. Io finivo sempre i miei primi talks con questa frase terrificante: “Abbiamo una sfida. Dobbiamo creare una cultura intorno alla tecnologia che, alla pari della sua bellezza, della sua importanza, della sua profondità, della sua creatività senza limiti e del suo potenziale infinito, ci preserverà  dal suicidio collettivo”.

Si parlava dunque dell’estinzione come qualcosa di identico al bisogno di creare un avvenire seducente e infinitamente creativo.  E io credo sempre che questa alternativa creatrice, proprio perché alternativa alla morte,  sia molto reale e vera, forse la cosa più vera che ci sia. A proposito della realtà virtuale, ne parlavo in questo modo:  sarà simile a quello che è successo quando abbiamo scoperto il linguaggio. Il linguaggio ha portato nuove avventure, nuove profondità, un nuovo senso, nuovi modi di connettersi, di coordinarsi, d’immaginare, di allevare bambini. Pensavo che con la realtà virtuale ci sarebbe stato qualcosa di nuovo. Qualcosa come una conversazione, ma anche come un sogno internazionale, però da svegli. L’avevamo chiamata “comunicazione post-simbolica”, essendo  (la realtà virtuale) come creare direttamente la cosa che si è vissuta, invece di creare indirettamente dei simboli per riferirsi alle cose. Era una bella visione e io ci credo ancora.  E tuttavia nel suo possibile sviluppo futuro, questa bella visione  conteneva in sè anche un  lato oscuro.

Suppongo che potrei menzionare uno dei più antichi informatici, Norbert Wiener, che ha scritto questo libro negli anni ’50, prima ancora  che io nascessi: “L’uso umano degli esseri umani”
(…….. per pochi secondi la traduzione cessa…)
per creare un sistema informatico che raccogliesse dati tra le persone, fornendo loro ritorni in tempo reale, per metterli parzialmente, statisticamente, in una Skinner box (qui potete leggere cos’è – GiampRem) , in un sistema comportamentista. Lui ha scritto questa frase stupefacente: si può immaginare, come un’esperienza  di pensiero – la parafraso, non è una citazione – si potrebbe immaginare un sistema informatico mondiale in cui tutto il mondo avrebbe costantemente degli apparecchi su di sé, che fornisse ritorni basati sulle proprie azioni. E tutta la popolazione vedrebbe il proprio comportamento modificarsi in una certa misura! Una società simile sarebbe insensata, non sopravvivrebbe, non potrebbe  affrontare i problemi… (RISATE MIN. 4. 11)

Poi ha detto che era solo un esercizio del pensiero e che un tale futuro sarebbe tecnologicamente irrealizzabile. Invece è quello che abbiamo creato ed è quello che si deve disfare (non leggo un’accezione distruttiva. “Disfare” per ricomporre in un modo diverso – GiampRem) se si vuole sopravvivere.

Dunque…(applausi), io credo che abbiamo commesso un errore molto specifico e che questo è successo molto presto. E comprendendo questo errore si può porre rimedio. E’ successo negli anni  ’90, al passaggio del secolo. Ecco quello che è successo: la cultura digitale al suo debutto, e in effetti la cultura digitale attuale, aveva una sorta di missione gauchista, socialista: contrariamente ad altre cose realizzate, come l’invenzione dei libri, tutto quello che si trova su internet deve essere esclusivamente pubblico e disponibile gratuitamente, poichè se anche una sola persona non avesse potuto permetterselo,  si sarebbe generata una terribile ingiustizia. Certamente, ci sono altri mezzi per gestire questa situazione. Se i libri costano dei soldi, si possono creare biblioteche pubbliche ecc.

Ma no, si pensava.

Questa è un’eccezione.

 Si voleva che questo fosse un bene comune esclusivamente pubblico. E questo spirito perdura tutt’oggi. Lo si ritrova in progetti come Wikipedia, per esempio, e in molti altri. Ma nello stesso tempo, si credeva anche con lo stesso fervore, in quest’altra cosa che era completamente incompatibile: si amavano i nostri imprenditori tecnologici. Si adorava Steve Jobs; si amava questo mito “nietzschiano” del tecnico che avrebbe potuto segnare l’universo. Questo potere mitico ha ancora presa su di noi. C’erano dunque due passioni differenti: il fatto di rendere tutto gratuito e il potere quasi sovrannaturale dell’imprenditore in tecnologia. Come celebrare lo spirito d’impresa quando tutto è gratuito?  Beh, c’era una sola soluzione all’epoca: vale a dire il modello pubblicitario. E dunque Google è nato gratuito con delle inserzioni. Facebook è nato gratuito con delle inserzioni. All’inizio era carino, come il primo Google (risate, min 6,45). Le pubblicità somigliavano veramente alle pubblicità.   Parlavano del dentista all’angolo, per esempio. Ma c’è quella che si chiama Legge di Moore che rende i computers sempre più efficaci e meno cari.
I loro algoritmi migliorano.
Ci sono delle università in cui le persone li studiano e li migliorano sempre di più. E i clienti e altre entità che utilizzano  questi sistemi hanno acquisito più esperienza e sono divenuti più intelligenti.
E quella che all’inizio era solo pubblicità non lo è più veramente
Si è trasformata in modifica  del comportamento, proprio come temeva Norbert Wiener.

E dunque in posso più chiamare quelle cose là dei “social network”.

Io le chiamo imperi di modifica del comportamento.

Io rifiuto di calunniare gli individui! Ho dei buoni amici in quelle imprese!  Ho venduto un’azienda a Google, anche se io penso che sia uno di quegli imperi. Secondo me non si tratta di persone malvagie che hanno commesso un atto malvagio. Io penso che si tratta di un tragico errore e incredibilmente  ridicolo su scala mondiale, piuttosto che di un’onda diabolica.

Lasciate che vi dia più dettagli, su come funziona questo errore.

Con il comportamentismo si dà alla creatura, sia essa un topo, un cane o una persona, delle piccole ricompense e a volte delle piccole punizioni, come feedback in rapporto alle loro azioni.

Dunque, se si ha un animale in gabbia si tratterà di bonbons e di choc elettrici. Ma con uno smartphone è diverso: si tratta di punizioni e ricompense simboliche.

Pavlov, uno  dei primi comportamentisti, ha dimostrato il famoso principio. Si potrebbe allenare un cane a sbavare solo con il campanellino, solo con il simbolo (qui potete leggere cos’è – GiampRem). Così sui social network la punizione e la ricompensa  sociali servono da punizione e da ricompensa. Ne abbiamo fatto esperienza. Abbiamo questo piccolo brivido: “A qualcuno sono piaciuti i miei post e questo si ripete.”

O la punizione:

“O mio Dio, non piaccio, qualcun altro è più popolare”.

Ci sono quindi questi due sentimenti molto comuni e sono distribuiti in modo tale che ci si fa prendere da questo loop. Come ha riconosciuto pubblicamente un buon numero di fondatori del sistema tutti sapevano quello che succedeva. Ma ecco il problema: nella ricerca accademica sui metodi del comportamentismo ci sono dei raffronti tra stimoli postivi e negativi.  

In questo contesto commerciale c’è una nuovo tipo di differenza che scappa al mondo universitario da qualche tempo: se gli stimoli positivi sono più efficaci degli stimoli negativi in circostanze differenti, gli stimoli negativi sono meno cari.  

Sono gli stimoli “d’occasione”.

Quello che voglio dire è che è molto più facile perdere la fiducia che costruirla.

Ci vuole molto tempo per costruire l’amore e ce ne vuole poco per distruggerlo.

I clienti di questi imperi di modifica del comportamento sono immersi dentro un loop velocissimo. Sono come dei commercianti ad alta frequenza. Ricevono feedback sulle loro spese o sulle loro attività se essi non spendono, vedono ciò che funziona di più e ne fanno di più.    

Ricevono dunque feedback  rapidi, che significa che interagiscono maggiormente con le emozioni negative, perché sono quelle che si manifestano più in fretta (più immediate), no?

Di conseguenza, anche i players ben intenzionati, che pensano di non fare altro che pubblicità al dentifricio, finiscono per far crescere la causa di persone negative, acide, di emozioni negative,  di paranoici, di cinici, di nichilisti. Il sistema amplifica quello. Ed è più difficile pagare una di queste imprese per migliorare all’improvviso il mondo e la democrazia di quanto non lo  sia  per rovinare queste cose.

Dunque è di fronte a questo dilemma che ci siamo ritrovati.

L’alternativa è di ritornare indietro, con molte difficoltà, e di ripensare questa decisione. Ripensarla significherebbe due cose. Prima di tutto, molte persone, quelli che hanno i mezzi,  pagherebbero per quei servizi. Si pagherebbe per la ricerca, per i social network.  Come pagherebbero? Forse con degli abbonamenti. O dei micro pagamenti in proporzione all’utilizzo. Ci sono molte opzioni.

Se questo fa sobbalzare alcuni di voi, se voi pensate: “Oh mio Dio, ma io non pagherei mai per questo! Come si potrebbe riuscire a far pagare qualcuno?”, vorrei ricordare una cosa che è appena successa.

Più o meno nella stessa epoca in cui Google e Facebook formulavano la loro idea di gratuità, una gran parte della cyber-comunità credeva che in futuro le trasmissioni televisive e i film avrebbero avuto la stesso destino. Un po’ come Wikipedia. Ma in seguito, imprese come Netflix, Amazon, HBO, hanno detto:

“Sapete che c’è? Abbonatevi. Vi daremo una super televisione!”  

E ha funzionato!

Non siamo forse in un’epoca chiamata chiamata “Peak TV?” (“abbondanza di programmi”, come si legge qui – GiampRem)

Dunque, a volte, quando si paga per qualcosa, quel qualcosa migliora. Possiamo immaginare un ipotetico mondo di social network al loro culmine. A cosa somiglierebbe?

Connettendosi si otterrebbero consigli medici utili e affidabili, non stramberie.

Se si volessero ottenere informazioni basate sui fatti, non troveremmo un mucchio di teorie del complotto bizzarre e paranoiche. Si può immaginare questa meravigliosa possibilità alternativa? Oh, io sogno. Io credo che sia possibile. E sono certo che le imprese come i Google e i Facebook ne uscirebbero meglio in questo mondo. Non credo che bisogna punire la Silicon Valley. Si ha solo bisogno di ripensare la decisione.

Tra le grandi imprese di tecnologia, in realtà solo due dipendono dalla modifica del comportamento e dallo spionaggio come strategia commerciale: Google e Facebook (risate). Vi voglio bene ragazzi! E’ vero, le persone sono fantastiche!

Ci tengo a sottolineare, se me lo permettete, che se si esamina Google, si vedrà che possono moltiplicare i centri di costo all’infinito con tutte queste società, ma non i centri di profitto. Non possono diversificare perché sono agganciati. Sono agganciati a questo modello, esattamente come i loro utilizzatori. Sono prigionieri della stessa trappola e non si può dirigere una grande impresa così.  

In definitiva, tutto  è dunque a vantaggio degli azionisti e di altri portatori di interessi di queste società. E’ una soluzione  “win-to-win” (vincono tutti). Servirà giusto un po’ di tempo per risolvere. Molti dettagli da regolare … del tutto fattibile. (risate min. 14,07)    

 Io non credo che la nostra specie possa sopravvivere se non si rimedia. Non si può vivere in una società in cui due persone che desiderano comunicare possono riuscirci solo se questa comunicazione è finanziata da un terzo che desidera manipolarli.

Nell’attesa, se le imprese non cambiano,  chiudete i vostri account, ok?

E’ tutto, grazie!

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