Umberto Galimberti a #tdl18: “La parola ai giovani”, nel tempo del nichilismo attivo

A Tempo di libri per ascoltare Umberto Galimberti. Non mi ero organizzato per prendere appunti, volevo solo godermi tranquillamente la presentazione… ma alla fine il maledetto demone ha prevalso. Le sue parole erano così coinvolgenti che ho finito per scrivere qualcosa sul telefonino. “Questo me lo devo ricordare”. “Mmmh, no aspetta, anche questo”. Appoggio un attimo l’ombrello e il giubbotto. Poi anche questo… e questo. Fino a scaricare la batteria. Il tutto, nonostante fossi in piedi per la troppa gente. Un appunto dopo l’altro, ecco che è nato il post. Confido di aver riportato fedelmente il suo pensiero. La “psico-apatia”, le pulsioni, i sentimenti, le domande dei bambini, la tecnologia… come potevo resistere?

@GiampRem

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Stamattina a #tdl18 c’era un tempo bellissimo. Umberto Galimberti, autore di “La parola ai giovani” (Feltrinelli) ha parlato del disagio nell’età del nichilismo. Nichilismo inteso come assenza di scopo, come il vivere in un eterno presente perché il domani è solo angoscia. Nel suo lucido intervento è partito dalla responsabilità dei genitori di accogliere tutte le domande dei bambini e di cercare sempre una risposta, per soddisfare il principio di causa-effetto attraverso il quale loro imparano a definire la realtà. Ha parlato del bisogno dell’adolescente di staccarsi dal genitore, di “ucciderlo” (tra virgolette naturalmente), per formarsi la propria individualità e di come il non farlo, il non sbattere quelle porte un po’ istericamente oggi, potrebbe diventare domani qualcosa di più violento allo stadio o in una manifestazione. Ha detto che i bambini cercano autorevolezza nel mondo adulto più prossimo: famiglia e scuola. E quindi che la critica alle maestre da parte dei genitori è la cosa più spiazzante che un bambino possa vivere. Ma ha anche aggiunto che le/gli insegnanti dovrebbero superare test sulla capacità di comunicazione e “fascinazione” perché quelle sono le qualità più utili per insegnare in una scuola non  votata alla “prestazione”, come l’attuale. C’è l’istruzione ma c’è anche l’educazione, tra i compiti della scuola.  

Troppi giovani, infatti, soffrono di disagio emotivo senza nemmeno riuscire a capire il motivo della loro sofferenza. Troppi “bulli” si fermano a un agire pulsionale perché nessuno ha spiegato loro come imparare a conoscere le proprie emozioni. L’assenza di un’educazione emotiva genera mostri psico-apatici che non riescono nemmeno a cogliere la differenza tra un corteggiamento e uno stupro e che dopo un atto violento vanno a bersi un caffè come se nulla fosse. Secondo Galimberti la psico-apatia monta tra i giovani per i troppi stimoli cui sono stati sottoposti da piccoli. Questi abbassano la loro percezione psichica. Il momento creativo, che nasce dalla noia, dal vuoto di impegni, è fondamentale. Se lo si annulla con mille impulsi e attività si uccide il desiderio. Un bambino con queste caratteristiche sarà un giovane senza il desiderio umanissimo “di cambiare il mondo”.Sarà un giovane che tende alla rassegnazione e all’assenza di ideali. Nei casi peggiori sarà  un giovane che si anestetizza (alcool o sostanze) e che saprà  vivere solo l’assoluto presente.

copia personale con dedica firmata

Si deve passare dalle pulsioni alle emozioni e ai sentimenti (su questo credo giochino un ruolo drammaticamente imprudente, in modi diversi, la pubblicità e le nuove tecnologie, ma questo è un mio pensiero, lui il collegamento diretto non l’ha fatto). Le pulsioni sono innate, i sentimenti vanno compresi e appresi. Serve un’educazione. Un tempo c’erano i Miti che ci orientavano, oggi ci è rimasta la letteratura. Una volta c’erano anche i nonni, ma tra qualche anno anche i nonni penseranno solo al lifting…

Oggi i media ci riversano tutto il mondo in casa ma la nostra psiche riesce a mala pena ad adattarsi al nostro piccolo ambiente.  Non comprendiamo davvero la portata di un evento che succede dall’altra parte della Terra. Cosa faremo della tecnologia? No, dobbiamo chiederci cosa la tecnologia farà di noi. La tecnologia promuove lo sviluppo di un’intelligenza convergente, quella dove tutti pensiamo allo stesso modo dentro un percorso ben definito. A scuola non servono pc e dispositivi vari perchè la scuola, invece, deve stimolare l’intelligenza divergente, quella che riesce a trovare le soluzioni capovolgendo l’impostazione del problema, come fece Copernico. Le competenze tecniche, come guidare la macchina o usare il pc, si possono imparare da grandi. Prima, la scuola deve formare uomini e donne dotati di intelligenza divergente e ancor più della  capacità di riconoscere i propri sentimenti. Per farlo, appunto, servono insegnanti in grado di comunicare e di “affascinare” perché, piaccia o no,  è su base sentimentale che noi prendiamo le decisioni. Siamo fatti così. (Lo ha capito anche qualcun altro… ma anche questo lo aggiungo io).

@GiampRem

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