Un intervento a Prima Pagina a proposito della pubblicità

Giorno 1991 senza pubblicità. Stamattina ascoltando Prima Pagina alla radio, arriva il minuto 50,13 e l’appello della signora Paola da Firenze sull’aggressività della pubblicità. Avrei voluto chiamarla per complimentarmi! Non mi sembrava vero ascoltare quella discrezione, quella gentilezza e quella determinazione. Ha parlato dei bambini (ma come volete che crescano?), della fascia protetta, degli stereotipi di quel linguaggio, di come siamo “bombardati da una continua istigazione al consumo” e di come la globalizzazione abbia standardizzato il nostro ruolo di consumatori invece che diffondere altri valori. L’ho ascoltata con attenzione critica, come cerco di fare sempre. Lei, per esempio, vede questa aggressività come penalizzante nei confronti delle donne. Io vedo questa aggressività come penalizzante nei confronti della Persona. Quindi anche (ma non solo) delle donne.
E’ la Persona che viene ridotta a consumatore, in modalità ovviamente diverse, ma sempre inaccettabili. Potrei aggiungere che più una pubblicità cerca di essere politicamente corretta e più la trovo urticante, ma finirei per dilungarmi troppo. Perchè poi dovrei anche dire che non tocca a un pubblicitario guidare o definire il nostro senso comune, visto che il suo unico obiettivo, qualunque claim/scenetta rappresenti, è sempre e solo quello di persuadere a un acquisto. Quello è il “senso comune” che promuove. Noi, le nostre passioni, le nostre emozioni, il nostro pensiero, il nostro contenuto artistico, sportivo, giornalistico, la nostra “umanità”, insomma, sono strumenti per muovere indici e algoritmi. Sempre. Bella anche la risposta di Polito, che citato gli influencer del web.

Direi che c’è un senso comune da ricostruire, mettendosi in gioco. Magari con un occhio alla Persona e alla Fiducia. Così, en passant. Tra uno spot e un talk show, tra una promessa elettorale e l’altra, tra un video virale e un titolo che strappa un milione di clic.

@GiampRem

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