Dialogo con Alberto Pellai a proposito di bambini, ragazzi e pubblicità

⛵ Lontano da sè non si cresce affatto bene, eppure è lì che veniamo spinti. Bambini e adulti. Giorno dopo giorno. Sempre un pezzettino più in là.  Credo che fornire mezzi di interpretazione ai bambini, rispetto ai linguaggi della pubblicità,  sia la sfida educativa numero 1 per i genitori e non solo. Vediamo chi avrà voglia di discuterne. Il primo che ha accettato il mio invito è Alberto Pellai e gli sono particolarmente grato: qualche impegno ce l’ha, vista l’uscita del suo nuovo libro (“Il metodo famiglia felice“, scritto con la psicopedagogista Barbara Tamborini, che è anche sua moglie e con cui sta crescendo 4 figli), ma ha trovato lo stesso il tempo. Pellai sostiene che:

Una famiglia consapevole ha un progetto e una direzione, non improvvisa le scelte educative e sa sfruttare i momenti chiave della vita. 

Come dargli torto?
Buona lettura

@GiampRem

Alberto Pellai

* * *

GiampRem – Come si agevola la formazione del senso critico nei bambini,  nei preadolescenti e negli adolescenti nell’era mediatica?
Alberto Pellai – Il genitore deve porsi la domanda su cosa significa allenare i propri figli al “pensiero pensante”, che è qualcosa di lontanissimo dal “pensiero pensato”. Il senso critico si forma tenendo i propri figli a distanza di sicurezza dalle soluzioni precotte, quelle che non richiedono un’attivazione da parte dei ragazzi. Si forma abituandoli a restare vigili, a farsi domande. Questo può avvenire in diversi ambiti. Per esempio al supermercato, facendo attenzione a quello che mettiamo nel carrello e selezionando solo ciò che serve davvero.  In casa, non buttando quello che può essere riutilizzato. O, perché no, a tavola: anche lì possiamo insegnare con il nostro comportamento a ridurre gli sprechi.  

Il linguaggio della pubblicità sembra accreditare le pulsioni come una “verità” che più del pensiero ci rappresenta come persone. Pulsioni all’acquisto, ma anche intese come reazione immediata, istintiva, come assenza di mediazione dell’intelletto. “Tutto, qui, subito”. E’ d’accordo con questa analisi, che accomuna bambini e adulti?
La pubblicità non ha l’obiettivo di narrare storie. Produce, invece, delle rappresentazioni. Attraverso di esse aggancia, i nostri aspetti comportamentali e poi fa il suo mestiere, che è quello di vendere. Per riuscirci bene deve il più possibile inibire il pensiero e spingerci dentro una Beauty Farm emozionale. Deve farci “sentire” invece che pensare, perché il “sentire” è più funzionale rispetto all’obiettivo. Su queste montagne russe emotive rischiamo in effetti di perdere di vista la differenza tra “sentirsi bene” e “stare bene”. 

Qual è la differenza?
In quelle rappresentazioni sembra che esista solo la possibilità di “sentirsi bene”. E quindi di dover sempre stare in una condizione in cui i bisogni pulsionali e il benessere di “superficie” sono soddisfatti. Per “stare bene” nella vita, invece, a volte si deve fare “fatica”, si deve imparare a tollerare la frustrazione, a imparare a inibire la gratificazione immediata, su cui tanto spinge e fa leva il messaggio pubblicitario e, più in generale, il modello di mercato imperante oggi. Stare bene implica un percorso, arrivare ad un obiettivo conquistandolo, a volte raggiungendolo con fatica. Lo sappiamo bene noi genitori che a volte per fare “stare bene” i nostri figli, dobbiamo rinunciare a dare ciò che loro chiedono per sentirsi bene. Prendiamo l’esempio del cibo: per sentirsi bene, loro vorrebbero a volte cibo spazzatura, quello che è immediatamente gustoso, ma spesso pessimo per la loro crescita. Per farli stare bene invece noi offriamo loro cibo sano, il cui sapore non è così appetibile come il cibo spazzatura, ma che a lungo andare gli permetterà di conquistare un benessere molto più duraturo.

Spesso in quelle narrazioni il cedimento alle pulsioni viene dipinto in modo positivo, come se rappresentasse la rottura di “stereotipi ingessati”. Possiamo considerare la disciplina e il riconoscimento delle pulsioni come una sfida educativa per le famiglie?
Certo, è una sfida essenziale e quotidiana. Il genitore deve lavorare sul principio dell’autoregolazione. Deve portare il bambino a legarsi al principio di realtà. Nel mondo infantile domina l’istanza “mi piace, lo voglio subito”. Nel mondo adulto questa deve diventare “mi piace e me lo prendo… in relazione ad altre variabili”. Di tempi, di costi, di reali necessità, per esempio. Ma la considerazione più importante, quella che più di tutte lega a un principio di realtà è un’altra. E’ la piena consapevolezza di quanto la felicità sia connessa a una buona relazione con gli altri, non al possesso di cose. Ma spesso, purtroppo, anche i genitori stessi lo dimenticano.

L’occupazione dell’immaginario dei bambini da parte del marketing è  un’ossessione per pochi fissati o è una fonte di disagio effettiva, concreta, per l’infanzia?
Il problema che vedo è il determinarsi di un senso comune in cui esiste solo la dimensione del possesso e del consumo. L’occupazione dell’immaginario spinge a soddisfare pulsioni, ma cancella la bellezza di un’alternativa: quella di costruire significati. Pensi alla pornografia. Alla sua forza di agganciare un istinto e condurre a un suo appagamento. Quello è un consumo. Il suo valore è lontano anni luce da una relazione d’amore in cui un uomo e una donna, nudi, in un letto, scoprono di non aver bisogno di nient’altro. Torniamo alla necessità di aderire a un sano principio di realtà. Torniamo alla differenza tra una storia, che è fatta di relazione con l’altro, e una rappresentazione… che è fatta di consumo. Sì, vivere senza più trovare significati, senza nemmeno cercarli,  produce un disagio.

Dal suo punto di vista per incidere a fondo in quel disagio infantile basterebbe seguire le indicazioni fornite dai  professionisti del settore educativo? O ritiene che servirebbe riconsiderare un sistema della comunicazione, e quindi di definizione della realtà, che trae la sopravvivenza ormai solo dalla pubblicità?
E’ una domanda di grande portata, che attiene ai massimi sistemi…

Provo a rivolgergliela lo stesso. Non perché mi aspetti una ricetta, solo per attivare pensiero su un tema che avverto come centrale…
Un bambino è un target commerciale da aggredire oggi, oppure è l’adulto che domani abiterà il mondo, magari con ruoli di governo e potere decisionale? Tutto passa da questa considerazione che ciascuno di noi deve fare. Certo, il libero mercato ha i suoi fini. Si tratta di decidere quanto spazio, nella nostra società, vogliamo dedicare alla dimensione etica. Il bene dell’infanzia non è percepito  come una responsabilità, ma io sento che una responsabilità ce l’abbiamo.

Pensa che l’educazione ad aderire ai propri bisogni reali sia un’opzione ancora praticabile dai soli genitori? Oppure ritiene che la scuola debba fornire ai bambini strumenti di interpretazione di linguaggi e interessi così diversi da quelli educativi?
Le agenzie educative sono in contrasto con le agenzie di mercato. La scuola, la famiglia stessa, le associazioni sportive e quelle creative, gli scout… Tutte queste agenzie devono fare il possibile per aiutare i bambini e i ragazzi  a riconoscere le finalità di un messaggio e l’induzione di un desiderio. Una famiglia fa sempre più fatica a riuscirci da sola. Un comportamento da “adulti responsabili”, e quindi un esempio concreto, resta comunque il più efficace degli antidoti.

Potete sostenere Bimbì senza pubblicità comprando il libro ⛵
+ cultura x l'infanzia - pubblicità = bimbì. Condividi?
Facebooktwittergoogle_pluslinkedinmail

Lascia un commento

Questo sito usa Akismet per ridurre lo spam. Scopri come i tuoi dati vengono elaborati.