Papà sostituiti per esigenze di marketing. Quattro motivi per cui non dobbiamo più accettare la panchina

Per chi ha fretta: attenzione, per esigenze di marketing, la figura e le funzioni del padre sono state sostitituite da più pratici consigli per gli acquisti per le mamme. Ci scusiamo con i diretti interessati.

Abbastanza veloce come riassunto, spero.
Buona lettura dei quattro punti agli altri.
GiampRem

papà


Tutti gli adulatori vivono a spese di quelli che li ascoltano
(Jean De La Fontaine)

Punto 1: lusinghe. Il cliché del nuovo maschio/padre, quello illanguidito-intimidito-che-dove-lo-metti-sta, piace molto ai pubblicitari, che lo oppongono alla femmina/madre determinata, very fighter nell’affrontare il quotidiano. Il mio cattivo pensiero l’ho espresso più volte: lusingano per agganciare e poi dirottare alla cassa il target che, tendenzialmente, si occupa della spesa per il bambino. Da un punto di vista della comunicazione commerciale lo stereotipo funziona sempre. Qualcuno sorride e perfino ringrazia (ah, l’ironia! Geniale!), qualcuno si commuove, qualcuno si offende e contesta, col risultato che tutti, ogni volta, riconoscono incredibilmente un ruolo cruciale nella definizione della realtà a pattuglie di venditori passati dalle supercazzole dell’antico porta a porta a quelle pseudo-raffinate degli spot. Penso agli sghignazzi politicamente scorrettissimi e increduli dei “creativi”.

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Il pedagogista Daniele Novara al primo appuntamento milanese con la “Scuola genitori” (23 ottobre) ha presentato il suo libro “Non è colpa dei bambini” nel quale analizza l’eccesso di medicalizzazione nella crescita emotiva e cognitiva dei figli. Servirebbe meno neurospichiatria, sostiene Novara, e più pedagogia.


In un’immagine sfocata un po’ allungata
viene fuori senza alone di errori

viene fuori una figura pulita quasi bianca dissanguata
una presenza con pochissimo spessore
che non lascia la sua traccia
una presenza di nessuna consistenza
che si squaglia si sfilaccia

  (I padri tuoi – G. Gaber)

Punto 2. Autorevolezza perduta. Nella presentazione del suo libro “Non è colpa dei bambini“, a cui ho assistito lunedi 23 ottobre, Daniele Novara non ha parlato di pubblicità. Ha invece citato l’eccesso di medicalizzazione dell’infanzia, con la neuropsichiatria che ha tolto spazio alla pedagogia e all’educazione. Per un genitore è più comodo delegare un medico e cercare la pastiglia piuttosto che fare la fatica di mettere in discussione se stesso consultando un pedagogista. Secondo Novara il maschio/papà mozzarella, o peluche come lo chiama lui, è “amico” invece che figura autorevole, è “organizzatore di eventi del week end” invece che educatore. In pratica è complice del disastro educativo, perché sempre più assente. Ma dove nasce l'”assenza”, intesa come mancanza di autorevolezza? Intanto separerei i casi in cui l’assenza è una rappresentazione mediatica da quelli in cui è reale. Occhio, perchè questo non è affatto un dettaglio! Certamente, nei casi in cui è autentica, è una  scelta maschile grave e imperdonabile quella di ripiegare (fino a una deresponsabilizzazione quasi adolescenziale, nei casi più estremi) per pigrizia. E’ alimentata da cliché pubblicitari che hanno fiutato il vento e il papà lo narrano costantemente nel ruolo di comprimario? Secondo me assolutamente sì. Ma questa non è un’attenuante. La scelta resta imperdonabile perchè apre un vuoto che, come dirò nelle conclusioni, sarà riempito da interessi diversi da quelli educativi.

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Un linguaggio diverso è una diversa visione della vita
(F. Fellini)

Punto 3. Narrazioni. Intanto credo che andrebbe fissato questo paletto: il ruolo di educatore non è di esclusiva proprietà femminile, nonostante le scuole d’infanzia si definiscano “materne” e nonostante la figura del maestro sia scomparsa dall’orizzonte. Nonostante, di fatto, si assista sempre più al venir meno di una narrazione educativa anche al maschile agli occhi dei bambini.  Seperata, riconoscibile e diversa da quella femminile. Non migliore, ma complementare ad essa. E che quindi non deve essere giudicata da quest’ultima secondo i propri parametri.

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Il conformista
è un uomo a tutto tondo che si muove
senza consistenza il conformista
s’allena a scivolare dentro il mare della maggioranza

(“Il conformista” – G. Gaber)

Punto 4. Mischiamenti. Ognuno ha la sua sensibilità e va rispettata. Anch’io ho la mia, che è questa: la rappresentazione del maschio che guarda languido l’orizzonte fasciato nei suoi collant (foto 4), che da bambino deve giocare con le bambole e poter scegliere il rosa altrimenti rafforza “lo stereotipo di genere”, insomma questi “mischiamenti“, io manco li calcolo. Nella mia lettura sono marketing e comunicazione. Interessi e conformismo. Pure al netto delle buone intenzioni, mi sono sempre sembrati funzionali solo alla creazione di nuovi mercati. Perchè vendere bambole e collant solo alle femmine se possiamo venderle anche ai maschi? Poi però registro che questi stessi mischiamenti vanno a saldarsi con una visione sempre più femminilizzata dell’educazione. E alla fine si incastrano pure con un’informazione che tratta di educazione, orientata più al pubblico femminile. Se qualche papà passa di qui e sente quel rumore, non abbia timore: è il cerchio che si è chiuso con lui fuori. Ho idea che nella rappresentazione mediatica siamo poco appetibili come target di consumatori. O come “lettori”, che ormai è la stessa cosa. Clicchiamo troppo poco sui banner delle creme per i sederini e non partecipiamo ai forum traboccanti ansia e pubblicità. I papà si vedono solo sullo sfondo nella rappresentazione femminilizzata, peraltro molto efficace, della comunicazione. 
Però esistono.
Se ne faccia una ragione chi insiste a rafforzare il cliché del papà ridotto a un bel soprammobile giocherellone, simpaticamente monello e molto attivo alla play station.

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E quindi?

Che la componente materna sia insostituibile nell’educazione è persino banale dirlo, tanto è ovvio. Azzardo però l’indicibile: da sola non basta. L’assenza dell’autorevolezza paterna/maschile (nulla a che vedere con l’impresentabile autoritarismo anni ’50 da cui avverto la stessa distanza che sento dallo stereotipo attuale) produce uno squilibrio educativo il cui prezzo lo pagano i bambini. Per ora non ho dati a supporto. Ma mi sforzo di collegare qualche neurone superstite  e mi chiedo, ad esempio, se l’eccesso di medicalizzazione dell’infanzia, su cui insiste Daniele Novara, non sia uno dei mille prodotti di quello squilibrio. E, più in generale, mi chiedo se quello squilibrio non trova una sponda  forse non proprio casuale nell’alluvione di consigli che si rivolgono al targetmamma per indurre un acquisto che plachi l’inevitabile ansia di chi deve (…vuole?) fare tutto da sè. Beh, se così fosse, il papà-pelouche è una bella convenienza per chi concepisce la famiglia come un target commerciale da aggredire in ciascuna delle sue componenti, con strategie diverse. Che sia confinato o autoconfinato, un papà in panchina non ci deve stare, perchè il vuoto che lascia alimenta la grandissima fatica (e in qualche caso pure il senso di onnipotenza) della mamma.  Pensiamoci. E’ un “regalo” che entrambi stiamo facendo a interessi di marketing, non certo a quelli del bambino.

@GiampRem

Come tutto il sito, anche questo post si finanzia solo con la vendita del libro ⛵

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