Mio figlio mi adora. Intervista a Laura Pigozzi

⛵ L’intervista che segue, alla scrittrice Laura Pigozzi, non è mia, ma di Patrizia Nappi dell’Oasi del Piccolo lettore. Non mi sarebbe stato possibile prepararla con un ragionevole anticipo rispetto a venerdi 27 ottobre, quando, alle 18,  l’autrice sarà alla libreria milanese di via Gabetti 15 per presentare il suo libro “Mio figlio mi adora“. Il titolo dell’incontro è “L’invasione delle madri“. Vista la disponibilità ad occuparsene, e considerando l’argomento di attualità, ho lasciato che fosse la stessa Oasi del Piccolo Lettore ad occuparsene. Non ho modificato una virgola, è un loro dialogo che riporto sul sito. Solo, non riesco a frenare una piccola osservazione personale a proposito dell'”accento” che Laura Pigozzi cita nella prima domanda (grazie a Bimbì, di “accenti” un po’ me ne intendo). A complemento di quanto dice, mi piace ricordare che per una scelta precisa, da 1848 giorni su questo sito l‘accento è sui bambini e sulla funzione educativa del genitore.
Non sulle lusinghe del marketing.
Quelle che il genitore lo blandiscono per ridurlo a target commerciale o “influencer” dei brand.
 
@GiampRem

Intervista a Laura Pigozzi, autrice di “Mio figlio mi adora” (ed. Nottetempo)
A cura di Patrizia Nappi, dell’Oasi del Piccolo Lettore

Nel 1968 il governo italiano doveva scegliere la nuova denominazione della scuola dai 3 ai 6 anni: tra “Scuola materna” e “Scuola dell’infanzia” scelse la prima opzione. Nomen omen, tutt’oggi negli asili i maestri non esistono, come se solo le donne sapessero educare i bambini. Nel tuo libro “Mio figlio mi adora” dedichi un intero capitolo alla crisi del ruolo educativo dell’istituzione scolastica e parli di una scuola uterinizzata. Cosa si intende? Secondo te come è cambiata la scuola negli ultimi 50 anni in Italia?
Certamente la seconda opzione sarebbe stata migliore perché l’ “infanzia” è un’epoca che riguarda il bambino. L’accento, dunque, sarebbe caduto su di lui. Al contrario l’aggettivo “materna” mette l’accento sulla funzione di cura. Quella scelta ci racconta dove cade la luce. L’educazione è una funzione paterna, che anche una donna può svolgere s’intende. Tuttavia quella funzione contiene dei “connotati fallici”. Cioè, nel nostro linguaggio, degli elementi di struttura che organizzano lo spazio-tempo del bambino (il fallo in psicanalisi non ha niente a che vedere con il pene, nè con “maschile” e “femminile”,  ma con l’ordinamento fallico. Cioè è un significante valoriale con funzione di separazione e strutturazione; il linguaggio per esempio nella sua parte strutturata è fallico, non nel senso di aggressivo ma perchè permette un ordine che struttura). La scuola italiana (tutta, non solo quella materna) si è maternalizzata, nel senso che la preoccupazione che la muove è di stampo materno. Si pensa più ad alleviare le fatiche che a educare. Quando sono nati i decreti delegati, negli anni Settanta, sono stati un progresso indubitabile per una scuola di stampo ferocemente patriarcale. Oggi però a capo dell’organo più importante della scuola, il consiglio d’istituto, c’è un genitore! Ciò significa che per un ragazzo non esiste più un luogo libero dalla presenza dei genitori. Ciò non aiuta il suo cammino verso l’autonomia.

La famiglia “claustrofilica” è quella che vede nel collettivo il nemico: il mondo viene risucchiato tutto all’interno della famiglia, rifiutando qualsiasi confronto e negoziazione con il mondo esterno, con l’Altro. Eppure spopolano sul web blog, siti e gruppi social in cui le mamme si incontrano, si raccontano, chiedono aiuto e consigli su qualunque aspetto della quotidianità anche i più banali (della serie: “mio figlio ha un puntino rosso sulla guancia, aiuto! cosa può essere? mi taggate un dottore?”). Questa tendenza secondo te segnala un bisogno sociale da parte delle madri di ritrovare un legame con altre madri (che magari nel secolo scorso erano le cugine, le sorelle, le zie, le nonne etc) e di uscire dal guscio di una maternità intima e privata? O si tratta invece di voler mettere in vetrina la propria maternità e i propri figli come un trofeo?
Spesso le madri contemporanee sono sole: dopo averle idealizzate e fatte sentire il centro dell’universo, il discorso sociale le abbandona. Senza sorelle, zie, cugine, nonne, tutto l’apparato del femminile che si incaricava della crescita, una mamma non può che essere terrorizzata. Chiede allora aiuto alle altre donne, e fin qua tutto bene, una semplice testimonianza del legame sociale tra le donne. Quello che invece inquieta è tutto il fiorire di blog e pagine Facebook in cui le madri si complimentano tra loro per il livello di cura raggiunto verso i propri figli: qualcuna viene acclamata per aver raggiunto i 60 mesi di allattamento! Non sono luoghi con pochi adepti, tutt’altro. Cosa significa il “fallo immaginario” (un termine tecnico della psicoanalisi che potremmo tradurre con “status symbol”) del sacrificio materno lo abbiamo già visto in passato! Quanto costerà ai figli contemporanei?

Nel tuo libro descrivi l’opposizione natura/cultura. Sostieni che la famiglia non è solo un fatto biologico, ma deve essere Alleanze, un patto sociale in cui il linguaggio, e quindi la cultura, ha una grande importanza. Dall’esaltazione della cosiddetta famiglia naturale, alla maternità naturale (parto in casa, cosleeping etc) fino alla nuova tendenza degli asili nel bosco, qual è il pericolo sociale che vedi in questo ritorno alla natura?
Lo dico subito in una parola, che può sembrare eccessiva, quasi una battuta: il pericolo è quello del totalitarismo. Non c’è regime totalitario che non abbia invocato la natura o la razza. Le relazioni umane sono natura e cultura insieme, guai a scinderle. Questo è un periodo storico in cui si esalta la natura sotto molteplici aspetti: le motivazioni genetiche di un disturbo psichico sono molto meno perturbanti e non chiamano in causa la responsabilità del singolo. Per esempio recenti studi sostengono – senza alcuna prova, al momento – che l’autismo ha una base genetica. Forse esisterà anche una base genetica tra le molteplici cause dell’autismo, ma finora non si è trovata. Eppure l’ipotesi dell’esistenza di una base genetica è molto rassicurante: trovarla equivarrebbe a dire che non è colpa di nessuno, che non occorre chiamare in causa la funzione genitoriale, né la funzione intrauterina, né quella primaria madre-figlio. Alla spiegazione analitica, che chiama in causa la struttura della relazione di sguardo tra la madre e il figlio (Kristeva), si preferisce quella genetica. Anche l’iperattività non è genetica, ma preferiremmo dare la colpa alla genetica più che a riconoscerne la responsabilità nel delirio di attaccamento di alcuni genitori che si traduce nell’iperattività dei figli appena sono liberi dal controllo materno o nell’agitazione per non poter gestire l’assenza di una madre sempre presente. Ci stiamo dimenticando di tutto l’aspetto psichico che costituisce l’umano. L’asilo nel bosco mi pare una cosa molto bella, anche io avrei voluto un asilo nel bosco! Purché non si dimentichi che l’uomo nella natura è un ospite, non più che un ospite: un’esperienza che facilmente si comprende quando ci si trova, come a me è capitato, tra balene e orsi nel Nord del mondo.

Come tutto il sito, anche questo post si finanzia solo con la vendita del libro ⛵

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