Dov’eravamo rimasti?

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⛵ Proprio non riesco a distinguere tra pubblicità “buone” e “cattive”. La distinzione importante che sento il bisogno di rimarcare, ancora una volta riguarda i linguaggi. Non i messaggi. Da una parte ci sono il linguaggio dell’analisi e quello artistico: nonostante siano diversi tra loro, restano leve straordinarie per la conoscenza. Trovo normale e stimolante discutere e dividersi su quelli.

Dall’altra parte c’è il linguaggio della pubblicità. Quest’ultimo punta a solleticare l’emotività al solo scopo di vendere prodotti e servizi. Dedicare tempo a distinguere tra spot “corretti”  e “scorretti” sottrae forza alla vera (per me) emergenza:  un apparato “culturale” ha scardinato le fondamenta dell’altro, con il  risultato di annichilirci. Schierarsi pro o contro uno spot significa riconoscere il dominio di quel linguaggio persuasivo. Significa arrendersi alla sua idea di formazione della conoscenza. Vuol dire rendersi promotori delle sue finalità.

Non so cosa succede agli altri, ognuno ha la sua sensibilità e le sue modalità di coccolare il proprio ego sulla tastiera (e non solo).  Ma a me le  “argomentazioni” di uno spot pubblicitario sembrano l’evoluzione di quelle dei venditori che un tempo bussavano alla porta per piazzare pentole, cerotti, fiori,  enciclopedie. Se per sbaglio aprivi, apprezzavi lo sforzo della cravatta, per educazione stavi a sentire la narrazione e se ti serviva qualcosa magari ne approfittavi. Ma, con rispetto parlando, non delegavi certo a loro la definizione del senso comune: con tutto l’addestramento che potevano aver ricevuto restavano venditori, infatti. Non filosofi, non educatori.

Ecco perchè trovo surreale (e allo stesso tempo, purtroppo, indicativo) che uno spot come quello di cui si parla in questi giorni, quello di una merendina, possa aver suscitato tanta attenzione.

@GiampRem

Come tutto il sito, anche questo post si finanzia solo con la vendita del libro ⛵

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