Questo bimbo a chi lo do?: a colloquio con le mamme (e un papà!) al nido d’infanzia Villaggio Orsenigo

schermi⛵ Le mamme e le insegnanti presenti alla quinta tappa di presentazione di “Questo bimbo a chi lo do”,  al nido d’infanzia Villaggio Orsenigo, mi hanno regalato altri preziosi indizi: vuoi vedere che quelle espresse nel diario non erano impressioni solo mie? Come ho detto loro, se realizzerò che il bisogno di ristabilire una gerarchia tra “contenuto” e “marketing commerciale”  è solo mio, mi metterò il cuore in pace. Ma se invece quel bisogno fosse condiviso … beh, allora avrebbe ancora più senso dar voce voce a un sito che rifiuta la pubblicità cercando la sostenibilità in un libro autoprodotto. Ieri abbiamo parlato molto dell’eccesso di esposizione dei bambini agli schermi. Un tema che vedo legarsi a doppio filo al prevalere di interessi commerciali su tutto il resto. Ecco il riassunto, dal mio punto di osservazione, in cinque punti:

L’eccesso di esposizione dei bambini agli schermi (tv, smartphone o pc in modi diversi)…

  • Riduce la loro capacità di emozionarsi, “parcheggia” il loro bisogno di socializzare di persona, alimenta il narcisismo e li forma ad un agire fatto di impulsi e reazioni che non sembra foriero di benessere
  • Contribuisce alla colonizzazione del loro immaginario: la pubblicità occupa la fantasia, che smette di essere una via di fuga autonoma e diventa una leva per condurre i bambini davanti alla cassa di un supermercato. Ai loro occhi questo diventa addirittura il fine stesso dell’esistenza dell’immaginazione! Sconfortante.
  • Impoverisce l’offerta culturale per l’infanzia. Nel senso che (super eventi a parte e con le eccezioni del caso) poco alla volta erode spazi alla lettura ed erode presenze alle iniziative pensate dalle librerie, dalle mille organizzazioni creative, dai musei, dai teatri… Con tanti saluti alla formazione di un senso critico nei bambini. Una buona novella per la semina consumistica
  • Arricchisce chi ragiona prima di tutto in termini di target commerciale: davanti a uno schermo si raduna un numero di bambini non paragonabile a quello di una sala teatrale, di un laboratorio di pittura, una sala musica, ma anche di un prato, di un cortile…
  • Arricchisce chi vede nel genitore (mamma in primis) prima il responsabile degli acquisti familiari e dopo, se avanza tempo, un educatore che deve pensare alla crescita in armonia del bambino

Conclusione inevitabile: il compito della cultura per l’infanzia, ma più che mai di chi si occupa di  comunicazione, è restituire dignità al contenuto, smettendo (finchè le condizioni saranno quelle attuali) di considerarlo uno strumento intercambiabile per veicolare pubblicità. Perchè quei meccanismi rendono impossibile occuparsi con il giusto approccio di temi che non raggiungono milioni di clic.  L’approccio frettoloso, fatto di copiaincolla, resta l’unico che si rischia di poter praticare. Ma così facendo, saremmo noi stessi a rafforzare agli occhi dei bambini un senso comune in cui la  cultura per l’infanzia è subalterna rispetto a forme di intrattenimento che hanno ben altri mezzi per farsi sentire. Inaccettabile.

Affermare questo è “demonizzazione”? 😉  Forse lo è per chi cerca pretesti per difendere interessi diversi da quelli educativi. Non c’è nessuna demonizzazione, infatti, nella scelta di mantenere vigile il proprio senso critico rispetto all’eccesso di esposizione dei bambini agli schermi e al linguaggio e ai meccanismi della pubblicità.

Serve, invece, trovare nuove soluzioni per risolvere il problema della sostenibilità. Non è per niente facile, ma è proprio questa la natura di Bimbì, del diario “Questo bimbo a chi lo do?” che lo vorrebbe finanziare e delle occasioni di dialogo che mi vengono offerte per spiegarlo.

Un grande grazie per l’ospitalità al Nido Villaggio Orsenigo e alle persone presenti. Alla prossima.

@GiampRem

Come tutto il sito, anche questo post si finanzia solo con la vendita del libro ⛵

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