La trappola della connessione permanente

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⛵ “Migliorare la società migliorando l’educazione. Comprendere le tecnologie perché esse siano al servizio dell’uomo prima che l’uomo sia asservito a loro”.

Lo leggo sul profilo linkedin di Bruno Devauchelle, professore associato in ingegneria educativa all’Università di Poitiers e all’Università Cattolica di Lione, dove ho cercato informazioni sulla persona intervistata dal quotidiano cattolico francese La Croix. L’intervista s’intitola “La trappola della connessione permanente” e riprende temi come il micidiale abbraccio di schermi e nuove tecnologie, con annesso riferimento alla pubblicità per gli adolescenti. Il filo conduttore è la perdita del contatto con se stessi: chi segue Bimbì (e ancor più chi ha letto il “Diario di blogger fuori target“) sa che sono gli argomenti che preferisco. Com’è possibile educare all’interiorità nell’era digitale? Il professore  risponde con un’analisi: l’immediatezza imposta dalle nuove tecnologie finisce per privilegiare il riflesso sulla riflessione. “Per passare dal primo al secondo – spiega  -, serve il tempo intermedio della riflessività, dove si ritrova  se stessi”. Non dà la colpa alle nuove tecnologie, ma al modo in cui finiamo per utilizzarle: nelle accelerazioni (e nelle interruzioni) della società interattiva, il nostro tempo, i nostri ritmi, smettono di appartenerci, di rappresentare una nostra scelta. Questa spinta alla connessione permanente diventa una trappola: accettandola, finiamo per cedere porzioni sempre più ampie del nostro tempo e uno dei prezzi che paghiamo è proprio la difficoltà di prenderci il tempo dell’interiorità. L’intervistato, inoltre, individua nella connessione permanente la risposta all’angoscia da separazione vissuta in modo inconsapevole. Trovo interessante questa interpretazione. In ogni caso, è da questo mondo adulto che i bambini traggono ispirazione. Vedono una quotidianità sempre più veloce, istantanea, immediata, in cui la profondità di campo e la lentezza non esistono. La risposta da dare in famiglia? Fare in modo che il bambino non sia sempre sollecitato, lasciare che la cameretta venga vissuta come spazio libero per la propria interiorità, puntare sul dialogo. E soprattutto dare l’esempio.

La mia lettura
L’inquietudine citata dal professore diventa anche la molla ideale per guidarci alla cassa di un supermercato, davanti all’ennesimo surrogato di benessere da consumare con l’illusione di alleviare l’ansia. La pubblicità ha esattamente questa funzione e prescrivendo modelli rischia di rafforzare nei bambini proprio quel concetto evidenziato (come un problema) da Bruno Devauchelle nell’intervista: l’adesione a se stessi, ai propri reali bisogni, non appare come un opzione praticabile. Il ruolo storico dei genitori, degli educatori e di chi si occupa di cultura per l’infanzia ad ogni livello mi sembra quello di attivarsi, di mettersi in gioco davvero. Per seminare anticorpi culturali (prima di tutto dentro si sè) e smascherare questa grossolana, primitiva bugia.

@GiampRem

#RaisingTheSail (cit. Truman Show) #IssandoLaVela ⛵

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