Accendere luci sulla cultura

happy family mother and daughter read a book in the evening at home
ph ©JenkoAtaman

Lo “Studio delle monache”  si chiama così perché ha riguardato  quindici suore di età compresa tra i 23 e i 64 anni. Nel 2006 queste monache  si sono prestate a un esperimento scientifico di neuroimaging in Canada: hanno cioè permesso a due neuroscienzati dell’Università di Montreal di studiare le reazioni del proprio cervello mentre loro pensavano alla più intensa esperienza religiosa. Il cervello delle suore fece registrare una gran mobilitazione di neuroni in un’area specifica chiamata nucleo caudato. Quell’area è una fonte di benessere, visto che produce sensazioni come gioia, serenità, autoconsapevolezza e persino amore. Trovato il “Punto di Dio” nel cervello? Ma neanche per sogno. Dal proseguimento di questo studio gli scienziati hanno  solo concluso che nel cervello si attivano alcune aree quando si pensa a questioni spirituali e alcune altre quando si pensa a questioni umane. Sono diversi “schemi di attività” che si attivano. Segnatevi questa definizione, perchè vi servirà se arriverete alla fine del post. (E comunque la coscienza, per fortuna,  fa riferimento a un intreccio così complicato tra varie aree del cervello da risultare non misurabile!).

lindstromC’entra, c’entra, con i bambini. Dopo queste pagine, nel sesto capitolo del suo “Neuromarketing – attività cerebrale e comportamenti di acquisto” (2008 – Maggioli editore) Martin Lindstrom racconta di aver partecipato, insieme ad altri 10 mila fan, a una conferenza a San Francisco di una stra-nota marca di prodotti tecnologici. E di aver visto il fondatore di questo mitico brand  gettare teatralmente nel cestino un modello di computer tascabile per segnare la fine della produzione di quel prodotto. E di aver visto subito dopo un signore di mezza età vicino a lui piangere. E un altro accanirsi con il proprio tascabile fino a calpestarlo furiosamente. Lindstrom riferisce di aver associato quello stato d’animo, che si diffondeva nel centro congressi, più a quello di una convention religiosa che a quello di una banale dimostrazione di prodotti di un brand.

E allora sapete cosa ha fatto mister Lindstrom? Ha predisposto a sua volta uno studio su basi neuroscientifiche. Ha convocato  65 volontari e ha mostrato loro diverse immagini di brand alternate a immagini religiose. Risultato: ha verificato che il cervello dei partecipanti registrava gli stessi “schemi di attività”, o reazioni, quando vedeva i brand più forti e quando vedeva immagini religiose. Vedi l’immagine di Madre Teresa di Calcutta e quella di una famosa bevanda e i tuoi  schemi di attività sono praticamente identici. Non simili: praticamente identici. Stessa cosa, che so,  con la Bibbia e un device digitale, con la Madonna e un’automobile di grido. Brand come icone religiose insomma. Brand che attraverso la pubblicità, il loro catechismo, sembrano aver imparato a sollecitare sottilmente e furiosamente  quelle stesse identiche corde.

Bigotti acritici, adoranti l’ultimo modello di qualcosa. Così ci vorrebbero certi pastori. Bisognosi di quel qualcosa per dare più senso alla nostra esistenza. Il senso critico? Da manifestare con l’adesione a una chiesa-logo piuttosto che a un’altra.

Ecco cosa c’entra con i bambini: che i bambini hanno diritto a una narrazione diversa da quelle: nelle famiglie e sui mezzi di comunicazione. Che le scuole devono fornire cultura. Quella resta la luce migliore per orientarsi senza paura in questo buio pieno di schermi e rappresentazioni. Cultura = strumenti di interpretazione.

Come mobilitarsi? Come disinnescare questi linguaggi persuasivi? Come accogliere la sfida opponendo intelligenza e fiducia a quell’estremismo?

@GampRem

Questo bimbo a chi lo do? 😉

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