Al Muba l’intervento di Silvana Sperati, presidente dell’Associazione Bruno Munari

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A sinistra: Elena Dondina (presidente Fondazione Muba) e Silvana Sperati (presidente Associazione Bruno Munari). In alto a destra, un momento di un corso di formazione sul Metodo Munari, sotto una curiosa immagine del grande artista e designer

Milano. Oltre duecento educatori e insegnanti hanno occupato la Rotonda della Besana per ascoltare Silvana Sperati, presidente dell’Associazione Bruno Munari, nel tardo pomeriggio di giovedi 3 marzo. La domanda di partecipazione per questo incontro pubblico è stata talmente alta che il Muba ha dovuto dividere i presenti in due turni. In queste settimane, proprio nella sale della Besana, l’Associazione Bruno Munari sta conducendo un ciclo di laboratori per i bambini legati alla mostra “Vietato non toccare”, al quale ha affiancato un percorso di formazione sul Metodo Munari per gli adulti. Ma quello di giovedi 3 era un incontro pubblico, una “chiacchierata” intorno allo sviluppo culturale del bambino, che ha confermato (inoltre) il ruolo del Muba come punto di riferimento di una città che ha voglia di interrogarsi e non solo di partecipare a “eventi”.

La prima considerazione che sento di fare riguarda proprio l’affluenza. Ero presente alla conferenza, quindi posso dire di aver toccato con mano la forza di attrazione del pensiero munariano a quasi 18 anni dalla sua morte. Silvana Sperati l’ha condotta con uno stile informale. Non c’era il tempo e non era nemmeno l’occasione per una formazione tecnica sul Metodo. E’ stata invece un’occasione per cogliere almeno alcune delle sue colonne portanti: la liberazione dal pensiero stereotipato, la semplicità della proposta creativa per il bambino come traguardo e non come punto di partenza, la consapevolezza di un educatore che si finisce per imparare più di quanto si insegna, la disponibilità a reinventarsi ogni volta. Nulla si ripete nel pensiero munariano e nulla è indotto. Tutto è scoperta, basti pensare al libri illeggibili. Quanto si potrebbe scrivere solo di questo?

La presidente dell’ABM ha parlato anche dell’abusatissimo termine “laboratorio”. Il termine è stato inventato da Bruno Munari, ma si è talmente imposto nella consuetudine che ormai viene utilizzato per qualunque tipo di iniziativa rivolta ai bambini. E’ diventato cioè una definizione generica. E allora come distinguere? “Un vero laboratorio può essere solo ed esclusivamente qualcosa in divenire” – ha detto.

Ascoltarla è stato interessante anche dal punto della vista di chi, occupandosi di comunicazione, deve trovare un “registro” che trasmetta ai genitori il senso ultimo di una proposta pensata per i loro figli. Non per giudicarne a priori una migliore di un’altra, quindi, ma per evitare che tutto venga percepito come un generico “svago”, sempre uguale. Il caso del termine “laboratorio” può sembrare poco importante e invece è emblematico e mi stimola una considerazione personale.  Io la penso come lei. E infatti nei miei interventi sul sito (solo nei miei) e nella rubrica lo utilizzo ormai solo per proposte con il Metodo Munari. Questo per dare un piccolo contributo, non risolutivo, alla formazione di un senso critico nei genitori, che è stato un altro punto cardine della conferenza di Silvana Sperati.

Non è forse vero che lo stereotipo si forma prima di tutto nella comunicazione?

@GiampRem

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