Hello Barbie: ascolta e parla, ma non convince tutti

barbie-cnn
l’intervento di Susan Linn sul sito della CNN

La campagna di sensibilizzazione avviata negli Stati Uniti dall’associazione Campaign for a Commercial Free Childhood ha raggiunto il suo scopo: di Hello Barbie, la bambola Hi Tech che interloquisce con i bambini, si parla da mesi oltreoceano e da qualche tempo anche in Europa. I dubbi sollevati dall’organizzazione americana sono di varia natura. Il problema più manifesto riguarda la privacy. Per poter rispondere, infatti, la bambola registra le frasi delle bambine e le invia via wi fi al server di una società partner, dal quale rimbalzano poi le repliche, selezionate tra le ottomila pre-impostate. Il dialogo “giocoso” potrebbe facilmente rivelarsi uno strumento per sondare e profilare i gusti dei bambini direttamente dalla loro voce. Corriere.it dà spazio a questi dubbi e riporta la posizione della Mattel, che nega e fa presente che le registrazioni sono protette e che tocca comunque ai genitori attivare l’account su internet per rendere “operativa” la bambola. Precedentemente anche Panorama si è occupato con grande attenzione del caso. Ed è di qualche giorno fa, su France soir, un post che, insieme alla denuncia dei rischi segnalati dal CCFC, contiene il tranquillizzante virgolettato di un portavoce della startup californiana partner di Mattel:

ToyTalk e Mattel useranno le conversazioni registrate via Hello Barbie solo per migliorare i propri prodotti, per sviluppare un miglior riconoscimento delle voci per i bambini e per migliorare il processo di apprendimento della parola dei bambini stessi”.

Tutto chiarito? Niente affatto. In un lungo editoriale sul sito della Cnn, Susan Linn, psicologa e fondatrice del Campaign for a Commercial Free Childhood, conferma i dubbi su questa modalità di gioco. Anzi, li rafforza sostenendo che il problema è persino più complesso. Linn solleva domande di vasta portata. Come comportarsi, ad esempio, se le frasi registrate dalle bambine lasciassero intendere l’ipotesi di un abuso? Si avviserebbero i servizi sociali? E se il minore stesse solo riportando a un giocattolo il proprio mondo metaforico… quale sarebbe l’effetto di tale intervento sulla famiglia? Secondo la psicologa non sarebbe poi così improbabile. “Nel 2013 – scrive nel post – il servizio di protezione dell’infanzia ha trattato i casi di 3 milioni di bambine coinvolte in fenomeni di abuso. Oltre ai genitori, di solito, i soli adulti che potrebbero assistere ai giochi privati dei bambini sono gli insegnanti, gli assistenti e gli operatori sanitari che hanno relazioni sia con i bambini che con i genitori. Loro sono autorizzati a riferire i casi sospetti di abuso alle autorità competenti”.

L’editoriale è molto circostanziato. Registra la difesa della Mattel, con la sua disponibilità, se fosse il caso, a operare con le forze dell’ordine, ma poi insiste su un altro grande tema: quello dell’immaginario dell’infanzia. La Barbie potrebbe infatti essere solo il primo caso di una lunga e sempre più raffinata serie giocattoli intelligenti con conversazioni in tempo reale. Secondo Susan Linn questi giocattoli potrebbero alla lunga rivelare una natura non proprio amichevole: quella del marketing che si insedia, appunto, nell’immaginario privato dei bambini.

I bambini sono autorizzati ad avere sensazioni e pensieri privati – scrive -. Essi hanno il diritto al gioco immaginario che appartiene solo e solamente a loro, così come hanno diritto a una vita interiore libera e indipendente dalla manipolazione aziendale. I giochi interattivi saranno sempre più sofisticati e allettanti. Non potranno comunque mai dare ai bambini ciò di cui hanno bisogno, cioè la riservatezza, il tempo, lo spazio e la sicurezza per creare e popolare il loro proprio mondo”.

@GiampRem

(grazie a Mauro Verde per l’aiuto nella traduzione)

Lascia un commento

Questo sito usa Akismet per ridurre lo spam. Scopri come i tuoi dati vengono elaborati.