Ok, il prezzo non è giusto

People line up to pay for shopping in supermarket © intararit
People line up to pay for shopping in supermarket © intararit

Il giornalismo nell’era dei social vale 4 euro ogni 1000 impression. Il post su Prima Comunicazione mi ha fatto tornare in mente il sabato pomeriggio di quasi tre anni fa, quando il Teatro Verdi di Milano ha ospitato un incontro riservato ad alcuni esponenti della cultura per l’infanzia milanese. E’ stata l’occasione in cui Bimbì, l’accento è sui bambini si presentava come prosecuzione dell’esperienza precedente. Ricordo che nessuno di loro era soddisfatto della visibilità che avevano sui mezzi di informazione. La domanda di allora è più che mai attuale: perchè i media non si filano la “cultura per l’infanzia”, vista la qualità che spesso contraddistingue le proposte?

La mia ipotesi è rimasta la stessa: perchè l’informazione, più ancora quella gratuita, cioè ormai quasi tutta, viaggia su un binario con due rotaie d’acciaio da cui non riesce quasi più a deviare. 

La rotaia 1 è quella dei grandi numeri. Normalmente le organizzazioni per l’infanzia rivolgono la loro proposta a un pubblico che non si conta certo in milioni. Se l’informazione arriva inseguire persino la gratuità per aumentare i numeri… come può avere un interesse autentico per loro?

La rotaia 2 rappresenta le “creatività”. Cioè i sempre più sconfortanti tentativi di stimolare acquisti e guidare/inseguire un consenso virale. La disponibilità economica è (o forse sembra) su questa rotaia.

4 euro ogni mille impression. Quella via, insomma, è  tracciata e con lei la sua normalità: quindi le sue inclusioni, le sue esclusioni e l’idea di “normalità” che si determina, poi, agli occhi dei genitori e dei bambini. Si dirà: “Saremo anche cirondati da meccanismi, però almeno sul web tutti hanno la possibilità di esprimersi gratis“.

Mmm.
Direi di no.
Un prezzo c’è sempre.

Nella comunicazione on line, i contenuti devono (non è una libera scelta e non è per caso) fluire gratuitamente. Purtroppo su quel binario i requisiti pedagogici di una proposta per l’infanzia, come del resto qualunque contenuto che non sia easy, perdono appeal. Non è il loro peso specifico, infatti, a contare, ma la capacità di radunare e coinvolgere in fretta un ampio target, del quale esporre lo scalpo alla cassa. 4 euro ogni mille impression.

Non so voi, ma io nello svilimento di ogni forma di contenuto un prezzo lo vedo. Penso cioè che i costi dell’inflazione della parola, che seguono la gratuità obbligatoria (crollo della fiducia nella parola stessa, demolizione di senso, capacità di attenzione che si riduce, riduzione degli spazi di silenzio), prevalgano sui benefici di poter disporre gratuitamente di tutto.

Se avete tempo e voglia vi invito a leggerlo quel post. Lo trovo illuminante perchè certifica il ruolo naturale che il marketing attribuisce non solo al giornalismo, ma proprio a ogni tipo di contenuto. Compreso quello che voi, teatranti, artisti, scrittori/trici o educatori/trici, passate ore a strutturare con cura, fedeli alla vostra visione. Compreso quello che voi, genitori, postate con fiducia e voglia di confrontarsi sui social. Non avete idea di quanto il tema vi riguardi tutti, perchè quel tema definisce il senso comune: quindi il grado di attenzione possibile per le vostre proposte. 

Al contenuto il marketing attribuisce il ruolo di leva. Ti do 4 euro ogni mille clic che il tuo post riesce a generare. In quella dimensione, la differenza tra consenso o dissenso, tra studio e improvvisazione, tra analisi e cazzeggio diventa un nonsense. Perchè selezionare, scegliere o distinguere? Accettando quei parametri, la parola è solo un mezzo da accatastare e replicare all’infinito. E’ inseguimento di un conformismo travestito da consenso o da dissenso che deve durare giusto l’attimo del suo consumo. Basta che generi visibilità. E’ uno strumento che produce un vociare al servizio degli algoritmi di indicizzazione. Perchè sono loro, non la forza del vostro pensiero, a garantire ritorni economici. 

Non è forse un costo, questo, per chi opera nella cultura per l’infanzia?

Ecco, ho detto una volta di più cosa intendo per sito marketing e commercial free. E cioè un sito libero da questi guinzagli. Non può bastare aver rinunciato alla pubblicità su Bimbì: qui la rotaia 2, quella delle “creatività”, come sapete non passa. Ora è dalla rotaia 1, quella della “gratuità obbligatoria”, che ho una gran voglia di occuparmi… ascoltando anche il vostro parere, se vorrete darmelo.

@GiampRem

+ cultura x l'infanzia - pubblicità = bimbì. Condividi?
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