Il bambino maschio nella pubblicità della bambola

bimbìEcco, ora sì che va meglio. Leggo su Il Post che abbiamo un bambino maschio nella pubblicità della bambola più famosa. Il mondo della Comunicazione evolve ed esulta, alla faccia degli stereotipi.
Voi vi sentite sollevati?
Io no.
Forse è ancora troppo fresco dentro di me il ricordo struggente dell’uomo-che-fingeva-di-comprare-i-collant-per-la-fidanzata-ma-in-realtà-li-comprava-per-se-stesso.  Insomma, prima la campagna sul maschio adulto con i collant (ma prego, accomodatevi, guardate anche qui che meraviglia, davvero, non fate complimenti), ora il maschio bambino con la Barbie: se penso che in qualche occasione la rottura degli stereotipi, o presunti tali, serva solo ad aprire nuovi mercati sono fuori strada? Ma restiamo all’interessante articolo de Il Post, perchè il punto che realmente mi intriga davvero è un altro.

Il tema della differenza di genere nei giochi dei bambini – si legge – , e degli stereotipi che spesso si portano dietro, è molto sentito negli ultimi anni, e molti si chiedono se bambini e bambine preferiscano davvero i giochi che vengono loro proposti dalle pubblicità o se siano invece fortemente condizionati nella loro scelta“.

Leggi l’articolo su Il Post cliccando sull’immagine

Queste righe mi hanno lasciato un dubbio interpretativo stimolante su chi fosse il soggetto condizionante. La prima interpretazione che ho dato è che la nostra società sia così intrisa di stereotipi di genere, che la pubblicità finisce per andare a rimorchio, confermandoli ulteriormente. In questo caso dovremmo forse dare il benvenuto agli spot che si ribellano coraggiosamente alla convenzione? Ma de che?! Ma per carità! Troverei quel benvenuto più urticante dell’ambrosia. Motivo: individua nel messaggio pubblicitario un incarico sociale “di liberazione” che io assolutamente non gli riconosco.

Voi lascereste calare dall’alto su vostro figlio un’idea di liberazione associata dal creativo di turno all’acquisto di una merce?
Io no.

L’altra interpretazione è che la pubblicità stessa sia in grado di condizionare al punto di far scegliere ai bambini il modo di giocare. Peggio che andar di notte. Se così fosse, allora saremmo più che mai davanti a un’emergenza e bisognerebbe trovare un rimedio proporzionato alla gravità di questo potere condizionante. E il rimedio non può essere inondare di stereotipi politicamente corretti (o presunti tali) per spazzare via quelli vecchia maniera. Vorrebbe dire che i “buoni” (o presunti tali) usano gli stessi meccanismi dei “cattivi”. Sempre di stereotipi si tratta, infatti. Perchè il linguaggio della pubblicità è forzatamente costituito da stereotipi… e quelli promuove.

Fareste crescere vostro figlio immerso nei cliché? Io no.

Infatti la mia conclusione è che non esiste una pubblicità “buona”: esiste un linguaggio che nello stereotipo trova la sua stessa essenza. Se si ritiene che la pubblicità abbia questo potere di persuasione, allora il vero modo di rispettare i bambini è tenerli al riparo dai consigli per gli acquisti e fornire loro chiavi di interpretazione. Affinchè siano loro stessi a scegliere come divertirsi, senza comunicatori “buoni” o “cattivi” che li dirigano.

@GiampRem

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