Si ammala, fa ricerche on line, riceve pubblicità di pompe funebri

919“D. K., 46 anni, ha appena saputo di avere un tumore. Così si informa sul web. E subito dopo sul suo profilo compaiono ripetutamente annunci di agenzie di pompe funebri. La storia è raccontata dal Daily Mail”
da Repubblica.it del 14/3/2015

Al primo (e anche al secondo, al terzo…) impatto non si riescono a trovare le parole. Poi  invece tutto si chiarisce e le parole si trovano: da una parte c’è il marketing, dall’altra c’è la persona. E in mezzo qualche buona intenzione e tante, tante parole vuote. Una persona scopre di essersi ammalata gravemente. Fa delle ricerche on line per trovare informazioni, o forse semplicemente speranze. Poi va su Facebook e da allora trova la sua bacheca circondata di pubblicità di pompe funebri.  Si dirà che è un caso estremo. Si certo, come no. Un caso estremo. “Estreme” sono le danze che facciamo intorno ai totem confezionati dalle divinità che ci siamo scelti, tecnologia e marketing, e questa è la considerazione che loro hanno della persona. Siamo target commerciali, dal primo all’ultimo respiro. E dentro questo tzunami  quotidiano, che accettiamo come inevitabile distinguendo tra messaggi buoni e cattivi,  riempiamo di indicazioni politicamente corrette i bambini. Salvo sorprenderci che a quindici anni sembrano diventati alieni. Ma che  strano, chissà come mai. Forse la cornice che conteneva il messaggio “buono” non era credibile?

Qualunque evocazione s’inventino gli esperti di comunicazione, qualunque gelido meccanismo tecnologico usino, per me non cambia più nulla: sono vecchi. Non volere pubblicità, respingere questi meccanismi, mi sembra il primo passo per rimettere al centro il contenuto e la persona. Per studiare insieme qualcosa di nuovo.

Nel frattempo, siccome ci vorranno 500 anni, per gli annunci invadenti vi consiglio ABP, un software che ne impedisce la visione sullo schermo.

@GiampRem

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