Roma e i manifesti pubblicitari sessisti

914La pubblicità politicamente corretta mi risulta persino più urticante di quella becera, della quale, almeno, riconosci le molle arrugginite che cigolano su stereotipi anni ’50. Ecco perchè non riesco a gustare fino in fondo l’ordinanza del Sindaco Marino contro la pubblicità sessista. Festeggia chi nel proprio raggio d’azione ha “solo” (tra virgolette…) la denuncia dell’utilizzo insano del corpo della donna in pubblicità ed è un’esultanza che rispetto. Troppo profonda, infatti, è l’offesa che la donna riceve da certe rappresentazioni.

Sono sensibile alla volgarità dello sfruttamento  del corpo femminile nelle pubblicità. Lo sono prima come persona e poi come papà di una bambina. Ma non mi basta assolutamente questa evidenza, intendo risalire più a monte. A quel catechismo mediatico che sceglie come rappresentare i profili di uomini, donne e bambini in base alla propria convenienza e al solo fine di creare e solleticare nuovi consumatori. Gli stereotipi tradizionali resisteranno anche… ma tanti clienti con valori anni ’50 sono invecchiati. Crescono nuovi target. Quindi servono nuovi modelli, cliché più freschi, stampini del XXI secolo. Sempre tette e addominali, per carità. Ma anche copiose innaffiate di ironia, di rappresentazioni della solidarietà nonchè di atteggiamenti che si presumono “politally incorrect” e che invece sanno di conformismo. E quello promuovono: conformismo.

E’ veramente questo il massimo a cui ci è concesso aspirare? Sempre cliché… però “buoni”?

Ma nemmeno per sogno. Buono o cattivo un cliché resta tale. Se diventa il parametro per una “buona comunicazione”,  allora abbiamo un problema. Serve una battaglia culturale che restituisca all’arte, alla cultura, all’informazione e al nostro immaginario, un territorio che è stato occupato con un’aggressività psicologica di cui non c’è abbastanza consapevolezza. Basterebbe che a scuola, fin dalle elementari, si insegnasse ai bambini a interpretare quel linguaggio suadente e a non confonderlo con l’arte. E’ così che si crea l’antidoto definitivo a un linguaggio che induce soluzioni toccando le emozioni e bypassando (rendendo obsoleta?) l’opzione stessa del pensiero. Mostrare ai bambini i meccanismi persuasivi di ogni spot, dalla pace nel mondo con un sms fino all’intimo sexy del prossimo autunno/inverno, mi sembra la cosa più efficace per liberare l’immaginario da ogni forma di  occupazione che scimmiotta l’arte per fini materiali. Spiegare è meglio che vietare.

C’è un problema: non è la cosa più conveniente per chi, le donne, gli uomini e i bambini, li considera solo come target a cui vendere sogni, rifilare oggetti o idee, dentro confezioni nuove, sprint e al passo coi tempi.

GiampRem

Lascia un commento

Questo sito usa Akismet per ridurre lo spam. Scopri come i tuoi dati vengono elaborati.

Un’idea concreta contro l’eccesso di esposizione dei bambini agli schermi?

Iniziamo a staccarci noi adulti

Diamo l’esempio