Stati Uniti: sul Wsj i Children’s museum e le mostre sponsorizzate

childrenQualche settimana fa l’edizione on line del Wall Street Journal si è occupata dei Childen’s Museum’s statunitensi, da un singolare punto di vista: il rapporto sempre più stretto che lega la loro proposta creativa per l’infanzia con le esigenze di sponsor sempre più decisivi per i loro bilanci (potete raggiungere il post da Google per leggerlo tutto). In quello di Houston, per esempio, c’è l’insegna rosso brillante di una banca che accoglie i bambini in visita a una mostra. Nella stessa sezione del museo ci sono il negozio di alimentari, l’ospedale e il ristorante, ciascuno con il proprio sponsor. I bambini devono scegliere il loro gioco-lavoro preferito. Possono fingersi dipendenti delle poste, oppure fare televisione con la stessa rete locale che sponsorizza il museo. Il loro lavoro merita un guadagno che poi depositeranno con i loro piccoli bancomat, con il marchio della banca ben visibile, sul loro conto corrente. E’ un gioco creativo. “Serve a collegare l’esperienza fatta al Museo con la vita reale” – è la tesi.

Che male c’è se un’attività dà ossigeno alle casse del museo? Questa stessa domanda circola lungo tutto il post, ma anche nei commenti sul sito e sui social delle organizzazioni attente a misurare le conseguenze dell’eccesso di esposizione dei bambini alla pubblicità. Susan Linn, direttore della non profit Campaign for a Commercial Free Childhood e docente in psichiatria all’Harvard Medial School, dà voce ai dubbi di genitori che vorrebbero limitare l’influenza dell’advertising nei confronti dei bambini. Fare buon viso a cattivo gioco e portarli in musei altamente sponsorizzati oppure rinunciare al beneficio dei servizi di queste istituzioni? “I bambini si avvicinano con fiducia e disposizione d’animo – dice al WSJ -. Farli giocare con il marchio è più efficace di uno spot di 30 secondi. La scelta migliore per un museo che accetta fondi dalle aziende è di citarle ma senza i loghi, così è più probabile che i bambini li notino meno”.

Il servizio del WSJ indaga altre esperienze museali molto disponibili alla collaborazione con gli sponsor. Cita il museo Thinkery di Austin, nel Texas. Cita la bottiglia di latte alta 12 metri che dà il benvenuto ai visitatori del Museo di Boston, e il nome (gigante) di un’azienda di scarpe da tennis che si innalza, è proprio il caso di dirlo viste le dimensioni, a fianco di un labirinto verticale dove i bambini si arrampicano. Al museo di Chicago sostengono che l’istituzione non potrebbe assolutamente fornire un servizio di qualità se non ricevesse fondi dalle aziende. Quindi hanno acconsentito a posizionare macchine industriali di movimentazione della terra, in dimensioni reali, nello skyline della mostra.

Tutto sta a capire se esista o no una linea di confine oltre alla quale il sostegno dello sponsor smette di essere una leva che rende possibile un’attività culturale. Se esiste cioè un punto oltre il quale lo sponsor la sta invece cannibalizzando come una mantide. Non c’è una riposta giusta in assoluto: è il “senso comune” a determinare dove sia quel punto. Il problema è che  se il senso il comune è a sua volta determinato da media sempre più permeati di pubblicità, allora la scelta appare condizionata. L’obiezione più comune e inattaccabile è che l’esigenza di bilancio esiste e non si può rimuovere. Ma interrogarsi sul senso ultimo di quello che si sta facendo non è forse un’esigenza altrettanto importante?

@GiampRem

(grazie a Mauro Verde per la traduzione)

 

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