Pubblicità, marketing e libertà di pensiero: il rapporto Onu

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Il Cardellino – Carel Fabritius – 1654.

“E’ in questo contesto che la Relatrice speciale, incaricata dal Consiglio dei diritti dell’uomo di elencare gli eventuali ostacoli alla promozione e alla protezione dei diritti culturali, ha deciso d’interessarsi alle ripercussioni che la pubblicità e le pratiche commerciali possono avere su questi diritti. Si assiste oggi al predominio di un certo discorso e di una certa maniera di vedere il mondo veicolati dalla pubblicità e dalle pratiche commerciali, sia negli spazi pubblici che dentro la famiglia e la sfera privata che, combinato allo sviluppo di tecniche che agiscono sul subcosciente delle persone, suscita serie preoccupazioni per ciò che consideriamo libertà di pensiero e di opinione, e, più in generale, di libertà culturale.”
Farida Shaheed – Relatrice speciale per l’Onu nel campo dei Diritti culturali

Finchè è il sito Bimbì a insistere sugli effetti dell’occupazione delle nostre vite da parte della pubblicità e del marketing, è persino naturale che l’analisi venga archiviata nel cassetto delle intenzioni, buone ma velleitarie. Ora però è il Segretario generale dell’Onu a trasmettere all’Assemblea delle Nazioni Unite un rapporto con l’elenco circostanziato delle ripercussioni che pubblicità e pratiche commerciali hanno su questioni come la libertà di pensiero e la libertà di espressione. In applicazione alla risoluzione 19/6 del Consiglio dei diritti dell’uomo, la Relatrice speciale Farida Shaheed ha scritto una relazione in inglese e francese che chiunque dovrebbe leggere. Non solo il genitore preoccupato per il contesto in cui cresce il bambino. E’ un documento lungo, che non vuole né allarmare né rassicurare. Semmai informa.  L’ho letto e mi piacerebbe presentare la traduzione sul sito, se mi sarà possibile. Vi ho trovato un’infinità di indicazioni che mi confermano nella scelta avviata il 4 ottobre 2010 (quarto compleanno) sul vecchio sito Bimbi e proseguita su Bimbì dal settembre 2012: niente pubblicità fino a quando a reggere il gioco saranno logiche di marketing come il costo contatto e fino a quando l’orizzonte simbolico, l’immaginazione, il pensiero stesso, non saranno liberati da guinzagli che li riducono a strumenti per stimolare un acquisto.

Le 28 pagine del Rapporto si dividono in diversi capitoli. Nel capitolo sulle Pratiche pubblicitarie e commerciali Shaheed spazia dall’accresciuta difficoltà di separare pubblicità e contenuto redazionale, per esempio sul web, fino all’inquietante “neuromarketing, che numerosi inserzionisti affermano di utilizzare servendosi per esempio di tecniche di osservazione del cervello per definire le loro strategie pubblicitarie e commerciali”. A questo proposito, al paragrafo 31 della pagina 9 si legge che la comunità scientifica è preoccupata per l’utilizzo di tali tecniche il cui obbiettivo è “di inviare messaggi direttamente al cervello per cortocircuitare i modelli razionali con cui si prendono decisioni”. Alcuni Stati, come la Francia, limitano l’utilizzo di queste tecniche a scopi scientifici, medici e giudiziari, escludendo tassativamente le applicazioni pubblicitarie.

Ha qualche interesse l’Onu a spaventarci? Può darsi che qualcosa mi sfugga, ma a occhio direi di no. Possiamo nutrire la stessa certezza relativamete ai media? La Relatrice di questo interessantissimo rapporto, nel capitolo Arte e programmazione culturale, l’espressione artistica e la creatività, apre con il paragrafo dedicato alla tv, la regina della pubblicità (Capitolo D, paragrafo 87). “La presenza crescente della violenza nelle trasmissioni televisive – scrive – dà più forza alla pubblicità: i soggetti sottomessi a una forte pressione emotiva conservano meglio i messaggi che sono stati loro trasmessi”. Non c’è scritto nel rapporto, magari è una mia forzatura… ma siccome 1+1=2, se questa tesi fosse confermata penso sarebbe legittimo interrogarsi sul rapporto tra informazione ed emozioni. Sul pianoforte che fa da sfondo ai servizi del tg su qualche evento triste, ad esempio. Oppure sui servizi gonfi di dettagli macabri su squartamenti familiari. Sono elementi che servono prevalentemente a informare o prevalentemente ad agganciare ed “emozionare”, cioè ad arare il terreno per la pubblicità in arrivo?

Per attirare gli inserzionisti – si legge ancora – i canali devono captare l’attenzione di un pubblico in target per le imprese commerciali. Degli studi mostrano l’influenza della pubblicità sul contenuto delle trasmissioni: certi canali infatti non rivolgono alcuna trasmissione a target con scarso potere d’acquisto”. Bisogna anche vivere, pensarenno in diversi e anch’io lo penso. Ma come sarebbe   autolesionista una rinuncia ideologica e definitiva a qualunque forma di sostegno promozionale, penso che sia altrettanto autolesionista non porsi il problema di una ridefinizione del rapporto tra cultura/informazione e pubblicità. Nella mia lettura il Rapporto dell’Onu sembra infatti certificare che il senso comune disegnato da media sempre più legati a meccanismi di marketing tenda “leggermente” a piegare su criteri di convenienza economica, peraltro sempre più a breve termine. Questo è il parametro da cui, a cascata, si determina la classifica delle cose “importanti”. Ecco perchè penso che sia miope (qualche volta proprio ipocrita) limitarsi a contestare uno spot palesemente maleducato chiudendo gli occhi sul fatto che siamo stati conquistati da un linguaggio e da meccanismi che stanno frantumando la cultura e la libertà d’espressione, a vantaggio di standard e uniformità di codici di comunicazione. Fornire quotidianamente strumenti di interpretazione, sia ai bambini che agli adulti, dà meno visibilità, ma non sarebbe forse più efficace?

Lo studio di Farida Shaheed è molto articolato. Spazia su altri grandi temi, come i legami che la pubblicità ha creato con la scuola, gli spazi pubblici, le famiglie. E si chiude con alcune raccomandazioni. Tra queste quella che gli Stati vietino ogni pratica pubblicitaria o commerciale nelle scuole pubbliche o private e vigilino affinchè il programma scolastico non sia definito in funzione di interessi commerciali.

Un po’ di aria fresca, insomma. E il sollievo per una conferma: le grandi domande non sono cambiate. O almeno non lo sono per tutti.

@GiampRem

 

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