Tutto gratis! (ma poi il conto arriva)

tutto-gratisMa è davvero così importante sapere tutto di tutto, gratis e in tempo reale o invece è un bisogno indotto? La domanda mi nasce dopo aver letto il servizio nel quale Riccardo Staglianò riporta sul Venerdi il suo colloquio con Jaron Lanier. Da pioniere di internet, quest’ultimo ha maturato la convinzione che il web stia uccidendo la classe media. E’ un gran bel servizio, strutturato, che merita di essere letto perchè pone problemi complessi e attuali. Se mi chiedessero di riassumerlo in poche parole direi che secondo Lanier la disponibilità di informazione, musica e immagini gratis sta distruggendo una consistente fetta di classe media composta da commercianti, giornalisti, musicisti e fotografi. Che alzare le spalle e limitarsi al solito accenno al progresso, che da secoli cancella professioni ormai superate, può essere miope perchè secondo lui la rivoluzione in corso toccherà tutte le categorie: dai trasporti alla manifattura, dall’educazione alla sanità, fino al terziario e al settore energetico. Inoltre, mentre prima un’attività umana veniva sostituita da un’altra attività umana, oggi l’opera degli algoritmi è talmente efficiente da svuotare sempre più spesso il senso stesso del lavoro dell’uomo.

E l’informazione?

Non so se una singola categoria professionale possa opporsi a questo smottamento senza una modifica strutturale dell’architettura del web, auspicata dallo stesso Lanier. Non dispongo di ricette, ma riferendomi al comparto “informazione” individuo un problema  nell’assalto portato dal marketing commerciale, che è stato prima di tutto un assalto culturale e di linguaggi. Se colossi come Facebook e come Google possono aggregare in automatico miliardi di contenuti prodotti a costo zero dai singoli navigatori vinceranno sempre la partita della pubblicità. A loro, come ai network che inseguono le stessa strada tracciata, interessa il numero di contenuti per le impression che si generano. La qualità dei singoli interventi di un professionista può anche risultare evidente (il caso del servizio di Staglianò sul Venerdi è un esempio, per fortuna non l’unico) ma dal punto di vista della creazione di sostenibilità, quelle autorevolezze conquistate negli anni diventano purtroppo sempre più ininfluenti. Costano a chi le produce ma rendono come mille gocce raccolte in pochi secondi e a costo zero nel diluvio quotodiano. Non cercare nuove strade può essere allora il segnale della resa.

Sono stato sui principali siti di news, dove tutto è gratis, con un occhio diverso. Prestando cioè attenzione a tutto, non solo a quello che mi interessava. Direi che se la tesi di Lanier fosse vera il comparto web “informazione” sta contribuendo a “uccidere”, la classe media per consentirci di disporre gratis di una quantità industriale di immagini. Sono immagini/video di storie rilevanti? E’ cronaca o sono… “emozioni”?

Ho visto:

Il video del tifoso che si sporge per il selfie e allora il ciclista gli prende il telefono. Poi lo scivolo più spaventoso del mondo e i calciatori argentini che fanno un coro “dedicato” al Brasile, ma anche il povero uccellino che viene colpito dalla palla lanciata da un giocatore di baseball, o ancora Messi che snobba e poi ri-snobba il bambino tifoso prima della partita e il coniglio che scappa davanti all’attacco del ghepardo. E questi sono solo alcuni video pescati a caso tra mille. Poi ci sono le gallery come la fotoraccolta con le immagini dalla prospettiva che ti inganna, le scarpe medievali hi-tech, il morso a Chiellini che diventa un tatuaggio con primo piano sull’errore ortografico, l’alter ego felino con photoshop, la signora che si addormenta all’Ikea di Pechino, il patto tra bambini dell’asilo a Taiwan (“Ti proteggerò io”), la sfilata di ironie del web (ormai un must che insidia fenomeni epocali come il caldo record), Sorridenti e colorate: chi è la più bella del mondiale? La valletta che non bacia il ciclista al tour, Balotelli con Fanny al mare, la rovinosa caduta della tifosa che rincorre la Seleçao, Mike Jagger che sbaglia i pronostici…  

Ipotesi, non certezze

Pur con la piena consapevolezza che non ci sono soluzioni semplici e nemmeno univoche per problemi così complessi, si può comunque provare a fare ipotesi. Ci si può ad esempio domandare se sia poi così conveniente continuare a giocare la partita della sostenibilità rincorrendo i meccanismi dell’advertising. In caso di risposta affermativa dobbiamo essere consapevoli che le sue regole sono d’acciao e spingono senza alternative a una produzione bulimica e innaturale di contenuti emozionali facilmente fruibili (stavo per dire consumabili), che poi finiscono per disegnare il senso comune nel quale viviamo. Fatto di distrazione e di inseguimento a una visibilità e a una “viralità” vaporose e inconsistenti che però hanno una caratteristica: solidificano e diventano macigni quando dall’uffico contabilità si complimentano per i retweet ma ti informano che i soldi in cassa sono finiti. Ogni tanto capita. Non più solo ai piccoli perchè le grandi concentrazioni tendono a non accontentarsi e un po’ alla volta assorbono tutto. Se seguiamo questa strada dobbiamo sapere che la capacità di generare numeri con i meccanismi e tagliando le spese “superflue” avrà una prevalenza schiacciante su tutto il resto. Che rafforzeremo un senso comune antagonista rispetto a quello dell’informazione come l’abbiamo sempre conosciuta, che invece coltiva l’impegno ad attivare lo spirito critico. Avvicineremo un pubblico ma ne allontaneremo un altro.

E’ un rischio!

Oppure potremo accogliere la sfida dei tempi e rinunciare a consegnare l’informazione alla pubblicità finchè queste (costo contatto, per esempio) sono le regole, elaborando nuove modalità e mettendo sul mercato la forza della propria produzione giornalistica. Obbiettivo: ristabilire una gerarchia più accettabile tra informazione e marketing. Riattivare un ascolto e un dialogo autentico tra persona che opera sui media e persona che usufruisce (pagando) di quel servizio. Favorire una partecipazione non finalizzata alla creazione di numeri. Se si sceglie questa strada bisogna mettere in conto una salita ripida e un traguardo ambizioso: la restituzione di un senso alle parole (e al silenzio!), che vengono sottratte al ruolo svilente di “gonfiabile” per una buona indicizzazione su Google, per catturare Mi Piace e per indurre lacrime e sorrisi al solo fine di impennare i grafici. Questo investimento a medio lungo termine può determinare un ricavo sufficiente? Può cioè diventare un’impalcatura su cui costruire un nuovo modo di fare fare informazione? Non ho certezze, ma sento che si deve esplorare questa strada, pur distinguendo tra realtà piccole e grandi. Capisco che queste ultime non possono di punto in bianco rinunciare a degli introiti. Però… però un pubblico stanco di questa bulimia emozionale c’è e forse con un po’ di coraggio si può persino decidere di puntarci.

E’ un rischio, si dirà. Vero, ma un’era geologica se n’è andata. Piaccia o no è successo e le vecchie risposte non sembrano bastare a risolvere i nuovi problemi. Rimuovere questo dato non è a sua volta un rischio?

@GiampRem

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