Il senso del limite. Superarlo, conoscerlo… accoglierlo? Laura dell’associazione Il Gabbiano.

Il sito non delega la creazione di contenuti a genitori e organizzazioni socie (troppo comodo). Ma nemmeno loro delegano la definizione di senso comune a un “media” e partecipano. Nel limite del possibile… tanto non c’è qualcosa da dire ogni giorno. Tema di marzo: il limite.

Laura Faraone – associazione Il gabbiano, noi come gli altri.

gabbiano2Disabilità: un limite da accettare, superare o un limite su cui transitare?

Quando si pensa alla disabilità spesso la sensazione principale è quella di limite, nel senso più esteso del termine. Limite deriva dal latino limen/limes, che può avere come significato sia quello di soglia, limite, ingresso confine che quello di traguardo, punto di passaggio. Questi termini sono accomunati dalla presenza di una linea di demarcazione simbolica e materiale, che stabilisce un rapporto di inclusione ed esclusione tra gli elementi esterni e interni ad essa. Parlare di limite significa anche parlare di identità personale, concepita come costruzione di confini interni (status, genere, professione, ecc.) e di confini esterni (razza, religione, lingua, ecc) al gruppo sociale. In questa dualità di opposti (esterno/interno, inclusione/esclusione, lecito/illecito, prima/dopo) il limite assume un’altra importante funzione che è quella di identificare un elemento dal resto, delimitandolo e dandogli unità (es. lndividuo come stato indivisibile, esito di un precedente stato di unione). 

Nel processo di identificazione e di acquisizione di identità della persona con disabilità il limite non svolge solo la funzione simbolica di individuazione e separazione dall’altro, ma diventa una qualità (nella sua connotazione più negativa, ossia di punto estremo non superabile) della persona. Nel pensare alla disabiltà prevale la sensazione di incapacità e di impedimento, che spesso provoca nelle persone una sensazione di disagio. Le cause di questo disagio possono essere ricondotte a due reazioni principali:

  • identificazione:  la persona normodotata si identifica solo col limite della disabilità (Potrei essere io?) In questo caso la disabilità minaccia di entrare nel proprio sistema sfondando la linea di confine.
  • senso di impotenza: che emerge per la incapacità di “guarire” la persona con disabilità da questa condizione non mutabile. In questo caso il sistema non è in grado di modificare, rendendola omologa, una condizione diversa dalla propria.

La percezione di costrizione è quindi prevalente nell’esperienza con la disabilità e influenza anche i pensieri, le azioni e i comportamenti delle persone coinvolte. Nell’incontro con la disabilità la variabile che può essere “variata” è quella del modo di rapportarci al limite stesso. Infatti, in qualsiasi universo culturale e relazionale ci troviamo a ragionare, sono tre le azioni possibili suscitate dall’incontro col confine: restare immobili, superarlo oppure transitare sulla soglia. Nell’incontro con il limite della disabilità questi tre stati possono essere così descritti:

A) restare immobili, come conseguenza dei processi di tolleranza/rifiuto, facce della stessa medaglia, che non consentono una vera e propria conoscenza dell’altro.

B) superamento del confine. Il confine diventa l’elemento che caratterizza e regola le relazioni fra interno ed esterno, fra apertura e chiusura. Il suo superamento, anche parziale, può avvenire attraverso l’introduzione di elementi, esterni al sistema, attraverso un lavoro di traduzione (tras-ducere, “portare attraverso”). Questo accade, per esempio, quando un ragazzo di 16 anni, capitano di una squadra di basket in carrozzina, nell’incontro con ragazzi adolescenti normodotati per un progetto di integrazione sociale (SportivamenteInsieme), racconta che all’inizio tutti guardano solo la sedia a rotelle e solo dopo averlo visto giocare iniziano a guardarlo in faccia. L’incontro della disabilità e del mondo normodotato, ossia di due sistemi apparentemente fatti di elementi incoerenti e sconosciuti (come la diversa lingua che separa due paesi), è allora possibile grazie alla introduzione di un elemento comune, la voglia di giocare, che trasforma gli elementi sconosciuti e privi di senso dell’altro, in aspetti familiari e simili a quelli del nostro sistema. 

C) transitare sulla soglia. ll terzo stato pone l’attenzione sui quei limiti della disabilità che non sono superabili  (stati vegetativi, paresi, ecc.) neanche con una rivoluzione culturale. Come fare allora a non sentirci limitati da questi limiti? Si dovrebbe forse considerare il limite non come un impedimento, ma come un trampolino che ci consente di poter vedere oltre. Il limite è ciò che fa esistere concretamente un oggetto, poiché conferisce forma e individualità e determina la linearità degli eventi, sottraendoli alla casualità. L’opposto del limite è quindi l’indefinito, che sovverte il limite posto, destrutturando e disorganizzando gli elementi. L’indefinito è l’assenza di contorni, confini, regole, è apparentemente libertà. In realtà chi non ha regole o limiti non è libero. L’artista per esempio sembra libero perché crea, in realtà crea perché si è posto dei limiti. Da sempre gli artisti fanno esercizio di creatività, giocando sulla linea del limite, delle regole (regole morfologiche di composizione per i sonetti, criteri tecnici di espressione artistica, ecc.). Gli artisti impressionisti sono a tal riguardo un esempio calzante, poiché gli elementi caratteristici di questa corrente artistica sono l’uso del colore steso a tocchi e macchie che annulla i contorni e la definizione degli oggetti e delle forme. Quando le forme si vaporizzano, quando la stabilità del limite è minacciata, gli elementi perdono la loro linearità e si trasfigurano in macchia, lasciando alla dimensione cromatica, alla pennellata tipica dell’artista impressionista, l’assoluto predominio. In questa dimensione di transito, questi artisti hanno raggiunto la sospensione della categoria, il binomio inclusione/esclusione non è più verificabile (es. non posso inserire l’elemento che sto guardando in una categoria definita nello spazio e nel tempo perché è una macchia di colore se lo guardo da vicino ed è un fiore se mi allontano).

Nella disabilità grave-gravissima, essere in grado di esserci e stare in relazione con una persona che non parla, che non ti guarda, che non sente, è un’impresa al limite del possibile, ma che è possibile nel momento in cui ci poniamo in uno stato di transito del confine. Nel contatto con la disabilità grave-gravissima dobbiamo destrutturare i nostri confini, i nostri codici che danno linearità e casualità agli eventi. Quando ci relazioniamo con la disabilità ci troviamo di fronte ad una persona che sembra viva un eterno presente (non ci sono apprendimenti, sviluppo e cambiamenti), dobbiamo oltrepassare il vincolo dell’aspettativa, che ci pone inevitabilmente su una linea temporale di attesa del futuro e di ricordo del passato. Stare con l’altro, la cui esistenza è indecifrabile per il nostro significato della parola “esistere”, non ci permette di proiettare le nostre azioni e pensieri in un luogo lontano fatto di ricordi o attese.

Questa dimensione soglia contiene entrambi i contrari (la parola esiste se esiste il suo contrario, il silenzio, l’azione esiste se esiste l’immobilità) e ne annulla la polarità, perché rappresenta un livello logico superiore rispetto alla struttura binaria (comunicare senza parole, senza gesti e senza sguardi; esserci senza agire, ecc.).

Nella disabilità grave-gravissima ci troviamo a giocare sul bordo del limite in cui l’unico tempo è il presente e l’unico luogo è la presenza. La disabilità può insegnarci un altro modo di percepire il limite, quello in cui prevale la sensazione priva di sforzo di essere nel momento presente.

 

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