“Vietare la pubblicità per i ragazzi in età scolare” (stiamo lavorando per voi)

Newborn baby girl and boy twins.
© Barbara Helgason – Fotolia.com

Se a chiederlo fosse Bimbì.it, l’istanza passerebbe più o meno inosservata. E che ci vuoi fare, è la vita. Se però lo chiedono cinquanta esperti britannici, tra cui giornalisti, assistenti all’infanzia, studiosi, parlamentari, leader di organizzazioni benefiche, allora come la mettiamo?  Divieto di pubblicità per i ragazzi sotto gli 11 anni: leggete il Telegraph. Qualcuno che traduce lo si trova sempre e comunque vale la pena cercarlo, visto che non si tratta di un argomento da poco, ma della salute dei nostri figli. Proprio non ce la fate a non cliccare su qualche pagina tappezzata di ads? Beh, fatelo. Però tenete presente che la stessa tentazione, in modalità diverse (e ovviamente non solo sul web), si presenta anche ai vostri bambini. E che loro hanno molte possibilità in meno di interpretare il vuoto pneumatico che 99 volte su 100 viene servito. Loro prendono tutto sul serio.

In una lettera aperta inviata al quotidiano britannico cinquanta personalità chiedono che le aziende evitino di pubblicizzare i loro prodotti a ragazzi in età scolare perchè questo danneggia il loro naturale sviluppo. Si cita il “pester power”, letteralmente il “potere di tormentare”: l’influenza, cioè, che generano sui genitori per l’acquisto di prodotti esclusivi e costosi. Si citano le difficoltà che i genitori avranno nell’insegnare ad amministrare piccole somme di danaro. E si citano Paesi come la Grecia e la Svezia dove la pubblicità in età scolare è vietata. L’auspicio dei firmatari è che il provvedimento sia esteso a programmi televisivi, siti web e riviste per ragazzi fino a 11 anni. Nella lettera si chiedono anche restrizioni all’utilizzo di personaggi dei cartoni animati nelle campagne pubblicitarie e si critica la spesa di 12 miliardi di sterline (circa 14 miliardi di euro) dell’industria della pubblicità. L’accusa per le aziende è di “manipolare le emozioni e i desideri degli adulti per trasferirli su bambini di 2 o 3 anni”. Il rischio evidenziato è che si creino giovani persone  che si identificano più per gli oggetti che comprano che non per il contributo che possono dare alla società. “I bambini devono essere liberi di canalizzare le loro energie nel formare amicizie, riscoprendo i loro talenti ,esprimendo la loro immaginazione creativa ; tutte cose che costano poco ma valgono moltissimo”. L’ente di controllo del regno Unito, l’ Advertising Standard Authority, ha negato la necessità del divieto citando la rigidità delle regole sulla pubblicità rivolta ai ragazzi e l’impegno dello stesso ente nella loro protezione. 

Cercherò di seguire gli sviluppi di questa iniziativa inglese. E’ vero, ci sono spot che promuovono comportamenti virtuosi e non solo beceri “consigli per gli acquisti”. Però… però io vedo un unico linguaggio evocativo, una modalità di comunicare persuasiva che ha occupato le nostre vite e che assopisce lo sviluppo dello spirito critico. Lo sfuma, gli conferisce un effetto seppia, come fosse un oggetto retrò da confinare tra i ricordi o nel rimosso. Non basta scrivere articoli, bisogna passare all’azione. E quindi creare (o almeno provarci) un meccanismo virtuoso che consenta a chi si occupa di comunicazione di non dipendere più finanziariamente da chi promuove quella che per me è una resa culturale. Un meccanismo dove al centro non ci sono prodotti, miraggi o numeri milionari, ma la persona, con tutti i suoi limiti.  Con tutti i limiti, anzi partendo proprio dai miei/nostri limiti, è quello che sta provando a fare Bimbì.it. Aderisci anche tu.

@GiampRem

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Si ringrazia Mauro Verde per la traduzione
foto: Newborn baby twins – © Barbara Helgason – Fotolia.com

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