Il consumo mediatico di bambini e adolescenti

“Quando ascolta una fiaba un bambino che passa ore davanti alla televisione non si emoziona con la stessa facilità del coetaneo che sceglie altri modi per svagarsi”. Quasi avesse una patina che si deposita tra sè e le emozioni. Lo ha detto Heinz Buddemeier, professore di scienze mediatiche ed estetica all’Università di Brema nella conferenza che ha tenuto la sera di martedi 26 febbraio alla Scuola Steineriana Cometa di Milano.

bambini e schermi
© luismolinero – Fotolia

 Possono sembrare dettagli agli occhi di chi, ormai adulto, ha smesso da tempo di emozionarsi con una fiaba. Non per coloro che da adulti l’accento continuano a metterlo sui bambini. Quelle che cambiano nei bambini più o meno esposti al video  sono proprio le reazioni fisiche, come il battito cardiaco e l’aumento della respirazione. Perchè succede?  Le scienze mediatiche sono nate da pochi anni e stanno cercando di capirlo. Nessuno presenta ricette sicure, ma è sempre più evidente che l’esposizione prolungata allo schermo produca effetti negativi.

Buddemeier ha insistito su un aspetto che prima non avevo mai ascoltato: le caratteristiche fisiche degli occhi. L’occhio è fatto per vedere nella tridimensionalità e dispone di muscoli che hanno il compito di mettere a fuoco da vicino e da lontano. Questi muscoli sono determinati dalla volontà e quindi dal proprio “io”. Ma se di fronte c’è uno schermo piatto gli stessi si svuotano di senso, quasi addormentandosi. “Non è un caso – ha spiegato il professore – che dopo un’operazione agli occhi si consigli di guardare la tv: non c’è modo migliore per rilassare quei muscoli. Fissando la tv anche i “salti” naturali che gli occhi fanno calano del 90%”. La stessa cosa succede quindi alla propria volontà. Fissare qualcosa è inoltre un processo che ricorda l’ipnosi, uno stato in cui la coscienza di sè risulta attutita: è il terreno ideale per la semina consumistica della pubblicità. Alla loro fisicità, Buddemeier ha affiancato un’altra definizione interessante degli occhi, interpretandoli come ponte che consente di mettere in relazione il proprio io con gli altri e con il mondo esterno. Ma che succede se un bambino nei primi quattro anni di scuola ha già visto oltre 8 mila omicidi e 180 mila azioni violente in tv? A cosa si ispira, cosa imita, come si forma la sua coscienza in un ambiente di questo tipo? Quale sarà il suo grado di tolleranza rispetto alla violenza? Riuscirà a indignarsi?

Sempre a proposito di tv Buddemeier ha citato un interessante studio neozelandese avviato su bambini nati nel 1972 e proseguito per molti anni in varie tappe (se ne parla anche qui). Questo studio dimostra che a un maggior grado di esposizione alla tv corrispondono mediamente, da adulti, una minor istruzione, un lavoro meno qualificato e persino una maggior probabilità di cadere nella criminalità. Un consiglio che il professore ha rivolto ai tanti genitori e insegnanti presenti (attenzione a sottovalutare la domanda di comprensione su questi temi) è stato di imparare a selezionare queste ricerche e di ascoltare quelle indipendenti, essendo poco credibili quelle sovvenzionate da privati interessati a diffondere certi risultati. Un esempio sono le “massimo due ore di tv al giorno” consigliate da molti esperti che invece Buddemeier considera assolutamente eccessive.  

Technology Family
Technology Family – © Matthew Cole

Il relatore ha dato spazio anche agli effetti dell’esposizione allo schermo del computer e quindi a internet, ai social network e soprattutto ai videogames, che lui non definisce “giochi”. Non è un gioco, infatti, ma una cosa molto seria qualcosa che riduce il giocatore a veloce meccanismo di impulsi e reazioni. L’uso smodato, secondo la sua tesi, porta a escludere o comunque a rendere marginali il pensiero, il sentimento e quindi il legame con qualcuno o qualcosa. Ma è proprio il computer, secondo Buddemeier, a non risultare poi così necessario nelle scuole elementari o addirittura nelle materne. Non ci sono infatti ricerche che dimostrano che l’uso del pc da piccoli porti a chissà quali opportunità da grandi. A questo proposito ha citato il caso di una scuola rumena che, dopo aver consegnato dei portatili ai bambini, ha fatto marcia indietro l’anno dopo, avendo scoperto che le loro abilità erano calate. Leggere, scrivere fare i conti e imparare ad essere sociali: restano queste le competenze di base necessarie a conquistare poi, da grandi, la conoscenza in tutti i campi. Compresa quella relativa all’utilizzo delle nuove tecnologie. Il tempo dedicato troppo precocemente a queste ultime viene sottratto, e non aggiunto, a quello che serve per la conquista delle competenze di base.

Sono argomentazioni che faranno inorridire i cultori di app e di e-book come mezzi per diffondere conoscenza: sembra quasi di “sentire” le accuse di integralismo, ma per prendere una posizione sull’argomento bisogna non avere interessi commerciali e conoscere davvero i mezzi che si usano. Bisogna studiarli e comprenderli a fondo in tutti i loro aspetti.  Non solo in quelli che a prima vista risultano piacevoli o utili. Buddemeier e le nuove scienze mediatiche lo stanno facendo senza l’intenzione di demonizzare la tecnologia, che fa parte della nostra vita e che risolve anche molti problemi. L’intenzione è invece di mantenere vigile lo spirito critico, che è ancora più necessario visti i soggetti completamente privi di difese di cui parliamo e vista l’assenza di studi che dimostrano l’efficacia del precoce avvicinamento dei bambini alle nuove tecnologie.

In America anche l’organizzazione no profit Campaign Commercial Free Childhood ha svolto uno studio ancora più ampio che giunge a identiche conclusioni, toccando temi come la dipendenza, che comunque sono stati sfiorati anche da Buddemeier.

@GiampRem

Vuoi un’informazione marketing e commercial free? Comprala 😉

Lascia un commento

Questo sito usa Akismet per ridurre lo spam. Scopri come i tuoi dati vengono elaborati.