Assalto ai bambini: da vedere

assalto-ai-bambiniTra i diversi temi che Corrado Accordino a tocca in “Assalto ai bambini” (guarda il trailer), la perdita della propria dimensione fanciullesca potrebbe non sembrare il principale. Invece nella mia lettura c’è ed è la causa che sta a monte di tutto. Ho assistito allo spettacolo venerdi sera al Teatro Filodrammatici. I tre protagonisti erano una giornalista d’inchiesta, una marketing manager senza scrupoli in carriera e il suo altrettanto cupo segretario. Nella trama, la prima indagava gli effetti sui bambini dell’eccesso di esposizione a videogiochi, la dipendenza tecnologica, le invasive pratiche di marketing fino ad arrivare a scoprire un pericolosissimo intreccio con un’azienda farmaceutica il cui medicinale aveva causato la morte di un bambino. Quello di Accordino è quindi prima di tutto un thriller, con una scena abbastanza forte che lo rende non adatto ai bambini (semmai lo è per gli adolescenti). Eppure ne scrivo, perchè sono proprio loro i protagonisti. Lo sono ad esempio attraverso i bozzetti e le frasi proiettate su una rete che separa il palco dalla platea. Non li si vede ma li si indovina al telefono con i tre spaesatissimi (pur nel loro incedere ultra-determinato) genitori, in pieno deficit di capacità di ascolto. 

assalto-ai-bambini-1Nei dialoghi fra i tre emergono chiaramente i tentacoli di chi mette il profitto al di sopra di tutto, anche della salute e del benessere dei bambini. C’è chi questi tentacoli li crea, chi li usa e chi li combatte. Ma ancora più evidente di ogni linguaggio pubblicitario, della rincorsa ai numeri che sembrano determinare tutto, di ogni ricerca sulla dipendenza da videogiochi (temi su cui una certa attenzione, come sapete, ce l’ho…) il vero “centro” mi è parso l’egocentrismo di genitori così tanto presi da se stessi e così poco capaci di cogliere e interpretare i segnali di disagio dei figli. Prima ancora dei figli, che lo diventano di conseguenza, sembrano essere loro, gli adulti, le vittime dei totem iper tecnologici che hanno creato. L’azione scenica è molto ridotta e le tre figure sono estremamente caratterizzate: molto ansiosa la giornalista, che comunque ha un ruolo certamente più positivo, gelidi i due manager.

Si, gli altri due erano due automi. Ma forse questa sorta di “robotizzazione” delle emozioni potrebbe essere letta come l’effetto della perdita di una parte di sè, quella più bambinesca  e capace di restituire alla vita una dimensione più allegra, socievole, autentica e meno ossessionata da mille inutili rincorse. Con la conseguente impossibilità di riconciliarsi davvero con se stessi e l’appannamento della capacità di entrare in empatia con gli altri, a partire dai figli. Uno spettacolo che i genitori dovrebbero vedere.

Fino al 27 gennaio. Date e orari qui. Intervista di Accordino a Radio Popolare (dal min. 26)

@GiampRem

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