Oltre lo standard (magari un giorno sarà anche conveniente)

non standard
A sinistra “Natura amica”, a destra “Merida”.

 
Nel rispetto per chi l’ha pensato e ci ha lavorato con professionalità. Accettando che siamo diversi e che qualcuno può persino commuoversi guardandolo. Accettando, anzi,  promuovendo, il principio che il mondo è bello per le sue differenti sfumature e nessuno, figuriamoci io, possiede la verità unica… sento il bisogno di dare voce anche a sensibilità diverse. Come la mia. Quindi desidero dire che più è raffinato, più lo spot rappresenta con chiarezza quella modalità che considero molto discutibile di intendere la comunicazione.

Oltre lo standard
Al primo impatto individuo la strumentalizzazione di modelli che un secondo dopo diventano target, ad esempio la super gettonata mamma sempre di corsa. La musica: ormai è piuttosto  scontato il ricorso all’altrimenti (se goduto in contesti diversi) splendido pianoforte in sottofondo. E’ prevedibile il veloce incedere di immagini evocative ed è indubbio lo scopo unico per cui queste emozioni militanti vengono impacchettate in laboratorio: sedurre una community in target. Ammorbidire le sue difese per venderle più agevolmente un accessorio. La pratica di setacciare, rapire e poi rappresentare l’autenticità di un’emozione per stimolare l’acquisto di un prodotto, mi appare in modo sempre più lucido come una dolce prepotenza di cui mi piacerebbe analizzare insieme a qualche esperto (cosa che farò) gli effetti psicologici. In quel modello di comunicazione, non certamente in un singolo spot, avverto un guinzaglio di cui non si percepisce nemmeno più la presenza. Anche se ci condiziona. O forse proprio per quello.

Cose da grandi?
Non solo la vita degli adulti, anche quella dei bambini è pervasa da questo standard. Non solo gli adulti, anche i bambini ne misurano un’efficacia che invece trovano sempre di meno nella capacità di analisi. E’ quest’ultima  che favorisce lo sviluppo dello spirito critico e che rende davvero adulti, ma una società adulta non è probabilmente interesse del marketing e degli ambiti sociali che il marketing ha conquistato.

Non solo mamme
Ci sono le mamme, ma è la stessa cosa con tutti gli altri, pieni di papà, di bambini poveri o di  mamme orsa in cerca del piccolo. E così via per la diva muta e profumata, il tifoso sudato o gutturale, il maschio alfa in automobile o la femmina alfa provocante, per il pompiere maldestro o l’incendiario simpatico. Vedo lo stereotipo più ancora nel modello di comunicazione che nel singolo messaggio. Quello dell’emozione, della seduzione, dei frammenti evocativi che rubano spazio alla fatica di strutturare un pensiero lineare mi appare come un rullo compressore uniformante. Quali sono gli effetti di un senso comune secondo cui “ragionare” per frammenti ed evocazioni risulta infinitamente più efficace? Avremo modo di discuterne, se vorrete.

Il catalogo è questo
Intanto oggi chiedo: ma non erano, i sogni e le emozioni, un territorio libero, dell’arte o  dello sport? Un libro, le luci sul palcoscenico, un dipinto, un record alle Olimpiadi… non è forse quello il loro territorio naturale? Non erano l’effetto di uno scambio tra persone in carne e ossa che accettano le opportunità e le ruvidità dell’incontro? E invece questo impressionante diluvio di rappresentazioni sembra aver preso il sopravvento sul reale diventando lui il reale levigato ed evocativo a cui tendere. Cosa c’entra un detersivo con la meraviglia del rapporto tra una mamma e il proprio figlio? Qualcuno ha voglia di tornare a porsi domande come questa? Ho come la sensazione che le emozioni, le aspirazioni, le passioni, le persone stesse, siano state catalogate in un database e poi retrocesse al ruolo di leva per promuovere acquisti e standard di comportamento. Alla faccia del valore della gratuità e complice la nostra pigrizia. Ogni sfumatura è già stata prevista, bambini, non c’è qualcosa da scoprire: dovete solo sfogliare l’ampia gamma selezionata per voi, scegliere il vostro marchio di fabbrica e aderire passando alla cassa.

Bimbì.it non si adegua
Non ospitare evocazioni commerciali, cercare altrove la sostenibilità, continua a sembrarmi un modo concreto, anzi di più, necessario, per schierarsi dalla parte dei bambini ma forse proprio dalla parte della persona. All’inizio di questo intervento ho parlato di rispetto. Voglio confermarlo. Non è mia intenzione mancare di rispetto, nè avviare crociate o demonizzazioni. C’è invece lo sforzo di ragionare, persino con le aziende che lo desiderassero, su due aspetti: da una parte i riflessi sul senso comune (con particolare riferimento ai bambini) di quel linguaggio e dall’altra su come il marketing possa tornare ad essere un motore importante per lo sviluppo dell’informazione senza invaderla, senza volerle assomigliare e quindi senza minarne la credibilità. Cercare nuove strade che rispondano al legittimo bisogno di visibilità delle aziende potrebbe più avanti diventare uno dei compiti dell’associazione culturale Bimbì – L’accento è sui bambini che sta per nascere e che è già aperta al contributo di idee di tutti perchè io non ho “tutte le risposte“. Ci sono le prime venti adesioni (grazie!), nessuna delle quali, ad oggi è per mia scelta di organizzazioni a carattere commerciale. C’è una modalità di comunicazione alternativa a quella dell’occupazione pubblicitaria già in corso. Chissà che il 2013 non porti qualche idea.

Domani? E’ un altro giorno
Le attuali forme del linguaggio pubblicitario e le attuali modalità del rapporto tra marketing e informazione (costo contatto, annunci google e simili, mancanza di distinzione netta tra informazione e pubblicità) mi sembrano dannose. Dal mio punto di visto sono un cliché da cui chi si occupa di cultura per l’infanzia non può nascondersi. Ecco perchè dal 4/10/2010 prima Bimbi.it e adesso Bimbì.it non hanno pubblicità. Serviva e serve una posizione chiara e riconoscibile. Non so nemmeno io se questa possa davvero essere la risposta definitiva e “sostenibile”,  mi piacerebbe e farò il possibile perchè lo diventi. Certamente lo resterà finchè dureranno le pratiche descritte sopra. Si, perchè questi oltre 800 giorni a zero incassi – non esattamente  in discesa – sono serviti a fare ancora più chiarezza dentro di me: ci credo, non mi fermo.

@GiampRem

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