Il fantastico laboratorio di emozioni per bambini, mamme e papà

Prima dell’adesione leggete il prospetto. Si rimane senza fiato, come quando incontri una discesa improvvisa in macchina. Ma quanto bisogna essere scollegati dalla realtà per pensare di convincere qualcuno con messaggi pieni stereotipi come quelli di certi (tutti?) spot? Che sia una banca o un’altra, una casa automobilistica o un’azienda telefonica, un supermercato, un giocattolo, un profumo o la Rai del canone, tutte le pubblicità sembrano passare per uno stimolo plastificato di qualche stato d’animo. Ci siamo incriccati e impigriti intorno a un linguaggio standard fatto di immagini rallentate, pose, musichine al pianoforte in sottofondo e filastrocca finale. Questo sciame incantatore, costruito militarmente per aderire (e stimolarli) ai desideri di tutti i “target”, dalla famiglia al manager, ha fatto dimenticare che le vere emozioni positive sono quelle generate da chi ha il talento per farlo. Nascono nello sport, nella cultura, nell’arte, da discipline che non sono alla portata di tutti, nè possono essere riprodotte in serie senza ridursi a cliché. Sembra un paradosso ma di fronte al vuoto del messaggio, passa persino in secondo piano il fatto che queste pseudo-emozioni cerebrali siano sempre finalizzate all’acquisto di un prodotto o alla promozione di un brand. Si infiocchetta il vuoto pneumatico, insomma, per promuoverne un altro. Un doppio meccanismo che prima si salda perfettamente ai desideri ciascuno e poi poco alla volta li lega al guinzaglio, dopo averne studiato in laboratorio tutte le sfumature.

Stiamo consegnando ai bambini – e a noi stessi – una normalità dove lucidità, spirito critico e coscienza di sè, così come arte, cultura e lo stesso dialogo, si annacquano in una nebbia “creativa” allestita nelle catene di montaggio. Non possiamo adeguarci senza aver provato fino in fondo a cercare un’alternativa. Questo meccanismo è malato. Produce frutti malati. L’illusione di poter essere e fare qualunque cosa, la mancanza di fiducia nelle parole che vengono gonfiate e svuotate di senso, il ripiegamento individuale su di sè. Chi non conosce alternative e non ha potuto costruirsi anticorpi, come i bambini, penserà che è con quel modello tutto cerebrale che si vivono le emozioni e che si comunica con autenticità. E invece tutto spinge lontano dall’autenticità.

Può anche darsi che ci siano spot più o meno simpatici, ma il punto è un altro. E’ che da una parte c’è la cultura in tutte le sue forme, che rende liberi. C’è la solidarietà che spinge a impegnarsi concretamente in un’attività sociale (non con un sms). C’è l’informazione che racconta, c’è la passione dello sport. E dall’altra parte c’è un cliché che sembra sempre diverso ma che invece è sempre uguale, sia che promuova lo stop alla fame nel mondo con un clic sia che promuova un profumo con le pose di una diva psicotica.

Questo modello di comunicazione si è mescolato troppo all’informazione e ha reso tutto uniforme. Non avere pubblicità, in questo momento, ci appare come una forma rispetto per chi legge anche la semplice segnalazione di un atelier di pittura. Significa voler essere liberi di tacere se non si ha qualcosa da dire invece che essere costretti a rincorre una visibilità enorme ma quasi sempre distratta e superficiale servendo qualcosa che è già stato rimasticato mille volte. Non conta che sia una partita probabilmente persa fin dal primo giorno, che tutto spinge troppo forte nella direzione opposta. Conta la consapevolezza che vale la pena giocarla questa partita, e senza crociate rumorose, senza voler creare eserciti nè bandiere: solo così la pubblicità può tornare ad essere un “mezzo” utile per raggiungere la sostenibilità invece del “fine” intorno al quale tutto il resto ruota.

Ne sarebbe valsa la pena anche se fosse stata una persona sola ad ascoltarci e invece sono molte di più, anche se non ancora sufficienti. Questo modello può incrinarsi solo se si riesce a far prendere atto che inseguirlo è inutile. E può diventare inutile solo se cresce e si diffonde una consapevolezza silenziosa, di persone capaci di ritrovarsi intorno a una sensibilità, ma che non hanno bisogno di sentirsi parte di nessuna community. Grazie a chi vuole aderire.

(da bimbi.it – 30/1/2012 – Foto: Shopaholic © Deklofenak Fotolia)
@GiampRem

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