Influenza di media e pubblicità: la frustrazione del consumatore imperfetto

 Solo con “Come smettere di farsi le seghe mentali e godersi la vita” Giulio Cesare Giacobbe ha venduto oltre un milione di copie e il libro è stato tradotto in francese, spagnolo e tedesco. Ma con il suo stile inconfondibile, che mescola umorismo e psicologia, Giacobbe ha pubblicato altri libri (è appena uscito La paura è una sega mentale) che non si possono certo riassumere in poche righe, ma che spiegano al lettore che una delle cause dell’infelicità è il mancato sviluppo della propria personalità adulta e di quella genitoriale, troppo spesso dominate da quella infantile. La pubblicità non provoca direttamente le nevrosi, che hanno origini diverse. Ma con la diffusione di stereotipi gioca lo stesso un ruolo determinante nella quotidiana, e non proprio discreta, proposta di infelicità. Giacobbe è iscritto all’Albo degli Psicologi Italiani, ma è anche molto altro come si vede dal suo curriculum.

Nel suo “Come smettere di farsi le seghe mentali e vivere felici” lei descrive una normalità dove dominano le nevrosi. Pensieri che si producono da soli e che non hanno alcuna attinenza con la realtà. Certamente esistevano anche prima, ma vede qualche connessione con l’invasione di messaggi pubblicitari?
No. La fonte dell’ansia nevrotica è da ricercarsi nella memoria, in cui sono registrati tutti i traumi che abbiamo vissuto, piccoli e grandi, i quali continuano a riprodurre la paura con la quale li abbiamo vissuti e che, nell’oblio delle cause originali, si presentano privi di motivazione ma non per questo meno incisivi.

Secondo lei la pubblicità evocativa cavalca queste nevrosi o ne genera altre?
E’ inutile addossare la responsabilità delle nostre nevrosi ad altri che a noi stessi. La mancata elaborazione razionale dei nostri traumi è la sola causa della riproduzione emotiva degli stessi in forma ossessiva e nevrotica.

Nella pubblicità donna è ritratta spessissimo nel ruolo di oggetto di desiderio maschile, oppure sorridente in cucina, oppure, più recentemente, aggressiva e in carriera. L’uomo oscilla sempre più spaesato tra i suoi tipici cliché: quello che non deve chiedere mai, il palestrato, il manager, ecc. Non ci sono sfumature. Ma quanto questo trionfo dello standard incide nel senso comune? Quanto cioè lo riflette e quanto invece contribuisce a guidarlo?
Qui la pubblicità e i massmedia giocano il loro ruolo. Tutte le stereotipitizzazioni dell’essere umano, uomo o donna, sono clichés nei quali noi ci caliamo senza ragionare su quello che noi vogliamo veramente realizzare di noi stessi. Così la donna oggetto di desiderio maschile, oppure sorridente in cucina, oppure, più recentemente, aggressiva e in carriera, oppure anoressica presentata come ideale della bellezza femminile ma in realtà manifestazione del desiderio omosessuale maschile di annientamento della rivale in amore, creato dai disegnatori di moda, così l’uomo che non deve chiedere mai, il palestrato, il manager, ecc. Se gli individui ragionassero un poco sulla loro individualità alternativa alla massificazione, sulle loro potenzialità e sulla loro autorealizzazione psicologica, ad esempio sulla necessità di diventare adulti e poi genitori invece che consumatori di borsette e di automobili, questo asservimento alle logiche commerciali sarebbe meno prepotente. E provocherebbe meno nevrosi, perché è evidente che il non riuscire ad essere consumatori perfetti e il non coincidere con i modelli imposti dai massmedia, costituisce una frustrazione non da poco.

Gli adulti hanno gli strumenti per interrogarsi e per fare delle scelte: l’adesione a uno standard infatti è consapevole e determinata dalla pigrizia. Basta ricordarsi di attivare lo spirito critico e la nebbia si dirada. E’ d’accordo o invece pensa che non sia così semplice?
E’ così semplice. Il problema è che la nevrosi dilagante nei paesi ricchi o in scalata per la ricchezza (come oggi in molti paesi emergenti), dovuta alla mancanza di emancipazione e al mancato sviluppo di una personalità adulta indipendente e criticamente autonoma, ottunde sistematicamente la capacità critica individuale.

Secondo lei un bambino, che non ha gli stessi strumenti per elaborare certi modelli proposti in tv o sui manifesti pubblicitari per strada, può esserne influenzato in modo eccessivo? Oppure la capacità di “difendersi”, pur andando si suppone coltivata, è comunque innata e l’adesione resta sempre una scelta?
Non esiste una capacità innata di “difendersi” sul piano psicologico, ma soltanto un apprendimento di questa capacità sulla base dell’esperienza. Che dovrebbe essere creata e sviluppata nel bambino dai genitori. Il problema è che spesso i genitori sono bambini essi stessi, privi di questa capacità.

Dal suo punto di vista la famiglia ha la forza di arginare l’invasività la pioggia di modelli che non condivide?
Se è abbastanza acculturata e critica, sì. Il problema è che la massificazione creata dal consumo di massa lo impedisce sistematicamente.

E la scuola? Come considera l’ipotesi di spiegare in classe (differenziando il linguaggio a seconda dell’età) non certo “cosa è buono” e “cosa è cattivo”, ma almeno le leve psicologiche su cui agiscono certi meccanismi pubblicitari? Pensa che potrebbe servire a rendere i futuri adulti più consapevoli?
Senz’altro sì. Ma gli insegnanti delle ultime generazioni, risultato essi stessi della massificazione commerciale, non ne hanno nella maggioranza dei casi le capacità. E quando le hanno entrano in conflitto con il sistema e con i genitori. Per cui, per sopravvivenza personale, lasciano perdere.

@GiampRem (29/11/2010 – da bimbi.it)

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