Bimbi e libri. Quei valori “domestici” che aiutano a conoscersi meglio. Intervista ad Antonio Monaco.

Intervista ad Antonio Monaco (Edizioni Sonda), coordinatore nazionale del Gruppo Editori per Ragazzi dell’Aie, l’Associazione italiana editori.

Mediamente qual è la durata della vita di un libro per ragazzi, dal punto di vista della sua capacità di vendere?
E’ difficile stabilire un valore medio assoluto a causa delle grandi differenze di comportamento delle diverse tipologie e di collocazione territoriale delle librerie. Possiamo certo dire che il tempo si è notevolmente ridotto e se vogliamo dare un’indicazione direi che siamo tra i 4 e i 6 mesi di permanenza in libreria. Poi il libro sarà comunque disponibile per almeno un altro anno nel circuito distributivo, ma non sarà fisicamente in libreria. Comunque quasi un terzo delle copie stampate (non dei titoli) non vede proprio la luce fuori dai magazzini.

Può dipendere da una cattiva ottimizzazione?
Può sembrarlo a prima vista, sono troppi i fattori che intervengono ed è impossibile azzeccare il numero giusto di copie di stampare. Questo dato è davvero fisiologico, nel senso che si ripropone da decenni.

Forse dipende anche dal fatto che ci sono più scrittori che lettori…
C’è sicuramente una produzione superiore alla richiesta. Una chance viene concessa a tutti, ma alcune delle 4 mila novità pubblicate nel 2008 non hanno potuto trovare “un posto” visibile nelle librerie generaliste. E’ proprio una questione di spazio fisico e di identificazione. A parte le eccezioni, il posizionamento, inteso proprio come visibilità e riconoscibilità, è uno degli elementi principali che concorre a determinare il successo di un libro per ragazzi.

C’è una soglia di copie vendute per definire un libro “riuscito”?
Se intendiamo per “riuscito” un libro che copre i costi di produzione (che raggiunge il beak even point) possiamo individuare indicativamente in circa mille copie la soglia minima per non rimetterci. L’editore fa una stima del possibile numero di copie vendute e su quella decide il prezzo. Un libro per ragazzi, in particolare quelli illustrati e rilegati, si attesta mediamente e orientativamente intorno alle 1800 copie.

Perché è così difficile conoscere i dati precisi di vendita?
Perché non c’è un Osservatorio ufficiale, che per ovvie ragioni deve essere slegato dagli editori. All’estero esistono istituzioni pubbliche che si occupano insieme dell’analisi dei dati e della promozione della lettura. Noi abbiamo rivolto una proposta in tal senso al Governo, attraverso la creazione di un Centro per il Libro, nel 2006 (Ministro Rutelli) e nel 2008 (Ministro Bondi), ma in entrambi i casi, per vari motivi il progetto, finora, non si è realizzato. Il secondo e principale obiettivo del Centro dovrebbe essere la promozione della lettura.

Qual è il genere letterario più richiesto tra i giovanissimi?
Prevalgono i fantasy e i libri illustrati, ma sono tanti i generi (si va dal libro-gioco alla divulgazione scientifica). E’ bene ricordare che i bambini sono assolutamente dotati di un gusto autonomo: i genitori devono orientare, certo, ma mai sostituirsi a loro. Altrimenti il risultato inevitabile è l’abbandono della lettura, perché come dice Danilo Dolci “L’educazione è un reciproco adattamento creativo”.

Qual è il rapporto percentuale tra pubblicazioni di autori nuovi e affermati?
Quantitativamente sono di più i nuovi autori. Se la percezione è diversa dipende dal fatto che l’autore affermato è più visibile. Al grande editore rischiare costa molto di più, mentre il piccolo ha una struttura più adatta per affrontare la novità perché meno costosa e più flessibile e, spesso, più motivata.

Secondo la fonte Liber tra il 1990 e il 2006 la percentuale delle nuove pubblicazioni italiane è sempre stata intorno al 50% rispetto al catalogo, poco più o poco meno, e il dato sembra abbastanza consolidato. Come lo commenta?
Per “novità” intendiamo le pubblicazioni uscite negli ultimi otto mesi e su queste basi quell’equilibrio mi sembra positivo. Va detto che i classici hanno un grande peso grazie alla scuola.

Un dato che stupisce per la sua regolarità è il secondo posto della Gran Bretagna, che stacca nettamente le importazioni in arrivo da Stati Uniti, Francia e Germania. Perché si è stabilita proprio questa classifica?
A parte la quantità prevalente dell’offerta da quell’area è possibile che incida anche la formazione linguistica dei direttori editoriali. Chi si è formato negli anni ’70 e ’80 ha studiato inglese e francese.

Analizziamo l’andamento della produzione di libri per ragazzi tra il 1987 e il 2006. Le novità pubblicate sono passate da 953 a 2322 e le copie prodotte da 11.849.000 a 33.798.000. I dati (****) della produzione sembrano confortanti. Si discostano molto dai numeri delle vendite? Hanno inciso notevolmente solo pochi fenomeni come Harry Potter?
Cresce l’attenzione verso i testi per ragazzi e il mercato risponde con la nascita di nuovi editori e incrementando la produzione. Crescono i numeri perché ovviamente aumenta la richiesta. Lo dimostrano gli stessi dati NielsenBook Scan presentati a Torino, a maggio di quest’anno, che rilevano come “al netto di fenomeni come Harry Potter” il mercato sia cresciuto dello 0,4% nel 2008.

A parte l’andamento del mercato, che può dipendere anche da una buona comunicazione di marketing, sarebbe interessante, anche se ovviamente impossibile, sapere in quale misura all’acquisto del libro corrisponda effettivamente la lettura. Un brutto indizio in questo senso lo offre la ricerca Ocse Pisa 2006, effettuata tra i quindicenni, che mette purtroppo l’Italia tra gli ultimissimi posti in literacy, la “capacità di comprendere e insieme utilizzare i testi scritti come mezzo per sviluppare conoscenze e per svolgere un ruolo attivo nella società”.
Chiaro che è impossibile sapere con certezza il rapporto tra acquisto e lettura. Penso però che mentre l’adulto attribuisce al libro un valore simbolico, e magari ne compra diversi per poterne “disporre” nella propria personale libreria, rinviando la loro lettura, per il ragazzino è diverso. Lui è nato nella società “dell’accessibilità”: la cultura digitale spinge più a fruire in caso di bisogno che a possedere. E l’atmosfera culturale nella quale si legge che determina il grado di literacy ed è su quella che bisogna lavorare.

I dati di una recente ricerca Istat NielsenBookScan dicono che i media elettronici superano il libro tra i 15/19enni. La lettura richiede pazienza e attenzione, a differenza di tv, videogiochi e internet: pensa che questo dato possa riflettere l’indole degli adolescenti?
La ricerca identifica il lettore di libri come il maggior consumatore di altri media. Possiamo quindi affermare che è interesse di tutti, non solo nostro, che la lettura sia diffusa. Il libro sviluppa quelli che io definisco “fattori verticali”: l’interiorità e la profondità. Nel web si cercano al contrario “fattori orizzontali”: relazione, interazione e quell’immediatezza che qualche volta purtroppo diventa frenesia.

Il libro come strumento per imparare a stare con se stessi?
Quelli del libro sono valori “domestici”, che aiutano a conoscere meglio se stessi e il proprio territorio. Il libro àncora e radica, ma è effettivamente una risposta difensiva. Il web favorisce la relazione con l’esterno, ma se la persona non è sufficientemente ancorata rischia di essere trascinata via, di perdersi nella frenesia. Il libro quindi aiuta a vivere meglio. Capisco che detto da un editore possa sembrare di parte, ma la difesa del libro è la difesa di una persona migliore e con più chance.

Quanto il linguaggio delle nuove tecnologie ha inciso sullo stile narrativo?
Moltissimo. Lo si vede dal gergo, dalla brevità dei testi, dalle frasi contratte. Anche i contenuti hanno subìto molti cambiamenti rispetto agli anni ’80. La letteratura contemporanea per ragazzi è “in soggettiva”, esattamente come il web con i suoi blog. Sono ridotti al minimo l’accompagnamento e il filtro nell’osservazione del mondo. Le storie raccontano le complicazioni delle relazioni umane, che diventano un problema prima che un’avventura. È il riflesso di una mancanza di serenità. Persino le ambientazioni sembrano più artificiali e non è un caso. In un mondo artificiale le regole sono più identificabili e quindi illusoriamente più rassicuranti per chi la complicazione un po’ la subisce e un po’ la ricerca.

Vorremmo che questo nostro percorso sul mondo della lettura per l’infanzia serva anche a dare qualche indicazione su come stimolare la lettura nei piccoli. Vuole dire la sua?
Potrei limitarmi a citare le indicazioni statistiche di Nielsen (presenza di almeno 200 libri in casa, abitudine dei genitori alla lettura, leggere ad alta voce ai bambini fin da neonati, titolo di studio dei genitori) ma il problema è molto più complesso. Dobbiamo capire il significato che attribuiamo alla lettura perché è l’atmosfera culturale che più di ogni singolo elemento determina l’abitudine alla lettura. “Ci sono cose che attraggono e altre che piacciono” diceva Proust. Oggi la pubblicità attrae, la lettura al massimo, piace. Una persona si appassiona alla lettura quando sente di avere avuto una risposta ad uno dei diversi bisogni della propria mente. Fantasia, scoperta, paura risolta, ripensamento, commozione: i libri rispondono a tutta la gamma dei “giochi della mente”, delle diverse intelligenze che Gartner ha descritto. In questa logica il libro non può essere proposto al bambino come un feticcio, ma come un’opportunità per sviluppare le proprie intelligenze. La recente campagna televisiva del Ministero mi è parsa inutile perché non è stata associata ad un’esperienza concreta, attraverso la quale fare esperienza, come ad esempio la festa del libro.

E se volessimo proprio dare una ricetta un po’ semplificatoria?
Credo molto nella lettura ad alta voce e non solo in ambito familiare. Suggerisco la socializzazione della lettura e la ricerca di formule per comunicarsi in modo piacevole scoperte “intellettuali” ed emotive. Inoltre, se si affronta un programma per la promozione della lettura bisogna elaborare un metodo che tenga in considerazione le grandi differenze geografiche, culturali, sociali ed economiche del Paese.

**** Fonte: elaborazione Ufficio studi Aie su dati Liber (per i titoli) e Istat (statistiche culturali) su dichiarazioni degli editori per le copie

Antonio Monaco è direttore editoriale di Edizioni Sonda dalla fondazione nel 1988. Si occupa di comunicazione persuasiva applicata nel campo della prevenzione dal disagio e per l’orientamento formativo e professionale. È il coordinatore nazionale degli Editori per Ragazzi all’interno dell’Aie (Associazione Italiana Editori).

@GiampRem (14 set 2009 – da bimbi.it)

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