Bimbi e libri. Leggere, il diritto dei bambini di avere più chances

19 ott 2009

Un libro che riposa su un tavolino, appoggiato con noncuranza dalla mamma o dal papà, che magari si sono appena alzati per rispondere al telefono. E’ proprio la banale normalità di questa e di chissà quante immagini simili che manca in troppe famiglie del nostro Paese, se è vero, come ha certificato l’Istat nel 2006, che oltre venti milioni di italiani dai 6 anni in su non leggono neanche un libro nell’arco di un anno. Se c’è un filo conduttore nell’inchiesta a puntate “Bimbi e libri” appena terminata, va cercato proprio nell’invito che ciascuno degli undici intervistati rivolge ai genitori affinchè prendano coscienza che l’abitudine alla lettura dei figli dipende principalmente da loro. Fin da quando sono piccolissimi. Scrittori e illustratori, bibliotecari e librai-studiosi, insegnanti ed editori… le sfumature che ciascuno inserisce nella propria risposta alla domanda comune “Come stimolare la lettura nei ragazzini?” non coprono l’unanimità del messaggio: fateglielo sembrare una gesto normale, dando voi per primi l’esempio. E leggetegli storie ad alta voce. Forse non è obbligatorio essere lettori per godersi la vita, però attenzione a sottovalutare i benefici di questa abitudine. Il rischio è di scoprire troppo tardi di aver negato una chance decisiva ai vostri figli.

Leggendo queste interviste potreste ad esempio imbattervi in un’interessante interpretazione di Antonio Monaco su come la persona, certamente anche un bambino, si appassiona alla lettura. Questo avviene non certo quando il libro le viene imposto come un feticcio (“Tu leggi. Che io devo vedere la partita.”), ma quando la persona stessa avverte che il libro ha soddisfatto uno dei bisogni della sua mente: la fantasia o la scoperta, la paura risolta o il ripensamento o ancora la commozione. A che servono quindi le campagne pubblicitarie televisive come quelle del Ministero se non a documentare quasi grossolanamente il proprio limite nel cogliere il cuore del problema? Non è uno spot da solo che può far attecchire il piacere della lettura, perché quest’ultimo dipende da altri fattori radicalmente diversi. Il libro comporta la scelta e la voglia di ascoltare le parole di un altro, nonchè di ascoltarsi, nel senso di dedicarsi tempo, fermandosi. Comporta la decisione di reagire ad una pigra adesione televisiva e di farsi carico di un impegno, perché leggere costa sicuramente più “fatica” che navigare sul web o guardare la tv. Ma come dice Roberto Denti “…è la maggior fatica a lasciare per forza una traccia più profonda”.

La voglia di ascoltare, di ascoltarsi, di impegnarsi e di coltivare il proprio spirito critico in modo costruttivo, per crescere, si attivano con processi lunghi, non con uno spot che resta peraltro fine a sé stesso. Gli spot servono a stuzzicare i nostri vizi. E infatti dopo anni di spot il senso comune spinge in una direzione decisamente diversa da quella che sarebbe necessaria per coltivare il piacere della lettura. Sentite cosa dice Monaco sulle potenzialità del libro come strumento di conoscenza: “Il libro àncora e radica, ma è effettivamente una risposta difensiva. Il web favorisce la relazione con l’esterno, ma se la persona non è sufficientemente ancorata rischia di essere trascinata via, di perdersi nella frenesia. Il libro quindi aiuta a vivere meglio. Capisco che detto da un editore possa sembrare di parte, ma la difesa del libro è la difesa di una persona migliore e con più chance.”

E allora cosa succede se nella quotidianità prevale l’oscillazione tra frenesia e pigrizia e se gli stimoli dell’intelletto cedono ogni giorno un po’ di terreno? Si finisce per diventare genitori di quindicenni con una ridotta capacità di “comprendere e utilizzare i testi scritti, come mezzo per sviluppare conoscenze e per svolgere un ruolo attivo nella società (literacy)”. Non lo riferisce la redazione di bimbi.it, ma l’indagine Ocse “Pisa 2006” che, a proposito di literacy, pone i ragazzini italiani decisamente sotto la media europea: a quota 469 contro 492. Ma i genitori sono davvero tutti consapevoli di quanto sia importante riflettere con attenzione su questo segnale? Convengono tutti che è un segnale di declino perché significa che lo stordimento avanza più da noi che in altri Paesi? Nicoletta Gramantieri, bibliotecaria della Sala Borsa di Bologna, cita uno studio (Manetti Stefania, Nati per leggere, un intervento di comunità: a che punto siamo?, in Quaderni acp 2006; 13(5), pp. 195, 198) secondo il quale ci sarebbe persino una correlazione tra i livelli di literacy e il Prodotto interno lordo di un Paese: più si legge e si è “svegli”, insomma, e più cresce il Pil.

E la scuola, che pure ha un ruolo strategico come reagisce? Annamaria Romagnolo, dell’Ufficio Scolastico per la Lombardia, spiega che la didattica sta virando sempre più dal classico apprendimento mnemonico verso attività laboratoriali, per rendere gli studenti più attivi. A favorire la caduta dell’impegno e la ricerca frenetica dell’immediatezza ha certamente contribuito un utilizzo distorto delle nuove tecnologie, ma la Romagnolo porta la testimonianza di una scuola che non ha paura di confrontarsi con queste. Riconosce la diffusione del multitasking, (l’abitudine, cioè di fare più cose contemporaneamente, come mandare un SMS, scrivere o leggere una mail, ascoltare la musica) e accenna alla nascita di concetti come quello di attenzione parziale continua (CPA), considerandoli come dati di fatto che sono impossibili da cancellare: “Non si può prescindere da quella che è una situazione di fatto – dice – , nè si deve demonizzare il web…. Occorre invece abituare i ragazzi a farne un uso controllato e critico, occorre utilizzare i media in modo efficace, sfruttando le loro potenzialità e progettare attività in cui diversi media si integrino”.

Come si è misurata la literacy tra i ragazzini sarebbe però interessante misurare il grado consapevolezza dei genitori, sul fatto che se sta crescendo una generazione pigramente alla ricerca di scorciatoie e all’inseguimento di modelli televisivi percepiti come vincenti, qualche responsabilità andrà pure ricercata in casa. Se con il tuffo nel web si rischia di affogare in una frenesia caotica fatta di chat e immediatezza, l’abuso della tv crea una realtà virtuale velenosa perché capace di intercettare aspettative, come quella di “avere successo”, e di riproporle sotto forma di modelli assolutamente alla portata. Non è vero, ma se anche questa illusione fosse riconosciuta, verrebbe subito confinata nel rimosso, a causa dell’assoluta mancanza di strumenti culturali che rendono più facile accettarsi nei propri limiti, evitando di rincorrere modelli calati dall’alto. “Pur essendo una risposta difensiva il libro àncora e radica in sé” dice Monaco. Qualunque eccesso, anche la chiusura sulle pagine dei libri, sarebbe nocivo. Ma in questo momento storico è possibile che una maggior consapevolezza di sé aiuterebbe persone più fragili per costituzione, come i bambini, gli adolescenti e gli adulti non cresciuti, a cadere meno frequentemente in certi tranelli. Come si vede il ruolo dei genitori resta insostituibile. E’ evidente che generalizzare è sempre sbagliato e che ci sono casi limite in cui si mette di mezzo l’imponderabile. E’ altrettanto vero però che l’oscillazione tra frenesia e pigrizia genera negli adulti la cultura della delega… ma qualche responsabilità bisogna prendersela e non sempre può reggere l’alibi della stanchezza, del lavoro, eccetera: chi più dei genitori ha il compito di orientare il bambino fin da piccolo in una direzione piuttosto che in un’altra? Chi deve ricordare che un bambino ha il diritto, nella sua innocenza, di crescere sapendo che ci sono alternative a certi standard? Che un po’ di fatica aiuta a crescere? Abituare alla lettura significa instillare preziosissimi anticorpi.

Janna Carioli, che oltre ad essere scrittrice è anche autrice di programmi come la Melevisione, punta il dito proprio sulla cattiva televisione, che crea i divi: “E’ pensata per gli adulti – dice – ma la guardano anche i bambini!”. E sempre a proposito di scrittori “Bimbi e libri” registra un intervento di Roberto Piumini sulla crisi di quello che definisce “pensiero qualitativo”. Piumini avverte un calo delle parole di qualità, intese come parole espressive, comunicative, intime, testimoniali e corali. Quasi che la parola sia ormai un utensile codificato, incapace di generare una diversa emozione. Dice “La parola prevalente è pronunciata da soggetti esterni, da parlanti istituzionali, è già codificata, non è giocata, non è modulata e cercata nell’esperienza percettiva ed emozionale”. E’ come se all’orizzonte ci fosse un martello che colpisce la parola e la livella verso lo standard. La schiaccia e l’appiattisce per renderla immediatamente riconoscibile e rassicurante ad occhi e orecchie impigrite, che non hanno tempo e voglia di premiare la sperimentazione, o il percorso di vie diverse dall’ordinario. La parola perde fascino e lascia il campo all’immagine in video. Non sembra il miglior momento per chi coltiva aspirazioni artistiche. Lo sanno bene Sara Benecino, Anna Laura Cantone e Chiara Carrer, le tre illustratrici di libri per bambini che hanno risposto alle nostre domande. Per tutte e tre citiamo una risposta di Chiara Carrer: “Credo che la nostra società sia, sotto tutti gli aspetti, ampiamente e tragicamente dominata da interessi lontani da quelli culturali”. E’ un flash secco e agghiacciante, che risponde alla domanda se esista o no un dominio sulle immagini e sulla fantasia da parte delle grandi industrie dell’entartainment. Trovare spazi per nuovi modelli non è impossibile, ma è tremendamente difficile. Si è trovato un accordo, verrebbe da pensare, tra chi ha mezzi e indubbie capacità tecniche per produrre “fantasia in serie”, come le aziende leader dell’intrattenimento, e chi non ha tempo per farsi troppe domande e prende pigramente quello che viene servito. L’indolenza culturale non sempre viene percepita dagli adulti come un elemento che inibisce la crescita e che impedisce il raggiungimento del proprio equilibrio: e allora cosa ci si aspetta dai bambini? Quella stessa fiacchezza diventa un esempio per loro, che diventeranno cittadini adulti con poca consapevolezza di sé, nessuna domanda da soddisfare e molte certezze precotte da altri, pronte solo per essere comodamente digerite.

Ciascuna delle persone che abbiamo intervistato offre però qualche spiraglio. Letizia Tarantello della Biblioteca Centrale Ragazzi di Roma sottolinea l’importanza della lettura ad alta voce e come aveva già fatto Roberto Denti in precedenza, lo considera a pieno titolo un atto d’amore dell’adulto nei confronti del bambino. Nicoletta Gramantieri elenca le attività della biblioteca Sala Borsa di Bologna e anche nelle biblioteche milanesi c’è uno sforzo importante. Giuseppina Sansica del “Coordinamento Biblioteche del Centro e delle attività promozionali delle Biblioteche Rionali di Milano” arriva ad auspicare l’apertura di nuove biblioteche rionali: un investimento migliore rispetto a quelli per la cura dell’immagine o la promozione di grandi eventi e mostre. Ma per invertire veramente la rotta serve un preciso atto di volontà che parta principalmente dentro le mura di casa.

L’indagine si è conclusa il 21 ottobre con un seminario, organizzato dalla Scuola per Genitori presso la Sala Congressi della Bpm in via San Paolo a Milano. Oltre ad alcune degli intervistati hanno partecipato insieme alla redazione di bimbi.it anche Padre Stefano Gorla, Direttore dell’Area Ragazzi Periodici e direttore dei settimanali “Gbaby” e “Il Giornalino”, e Silvana Sperati, dell’ass. Bruno Munari. In quell’occasione Gorla ha portato una ventata di ottimismo, raccontando la buona partecipazione dei bambini alle iniziative editoriali dei periodici che dirige, e Silvana Sperati ha parlato dei libri di Munari e dei pre-libri, che avvicinano i piccolissimi al libro come oggetto.

(da bimbi.it)
@GiampRem

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