Influenza di media e pubblicità: la selvaggia tecnologia del conoscere

6/12/2010 – Raffaele Simone è professore ordinario di Linguistica Generale all’università Roma Tre, membro della Società di Linguistica Italiana (SLI) e della Società Italiana di Glottologia (SIG). Laureato con Tullio Di Mauro, Simone è oggi uno dei maggiori studiosi europei di linguistica e filosofia del linguaggio. Nella sua opera “La terza fase. Forme di sapere che stiamo perdendo” Simone sostiene la teoria secondo la quale gli strumenti tecnici che vengono utilizzati per la formazione della conoscenza influiscono sul modo di pensare. Un modo di pensare dunque che cambia se dalla carta si passa al video.

Prof Simone, secondo lei il modo di percepire le informazioni influisce molto su come queste vengono poi elaborate dalla mente umana. Può spiegarcelo?
È una vecchia idea di Lev Vygotskij, il grande psicologo della Russia sovietica (stalinista anche lui, ma geniale). Sosteneva che gli strumenti tecnici che contribuiscono alla formazione della conoscenza la influenzano. La penna, la stampa, la macchina da scrivere e ora, trionfalmente, il computer formano dunque conoscenza, ma la offrono già “conformata”, cioè fatta come vogliono loro. Il soggetto conoscente (ciascuno di noi) si adatta a quella modellazione senza rendersene conto. La televisione, apparentemente elettrodomestico mite, in effetti selvaggia tecnologia del conoscere, completa l’opera.

Lei parla di una visione non alfabetica apparsa nella fase primordiale dell’umanità e ora nuovamente in auge con la tv e internet. Può spiegare i pro e i contro di questa “rinascita”?
Non ci sono pro o contro, è semplicemente così: things change. La visione alfabetica – della quale ora i neurologi trovano equivalenti fisici: vedi le ricerche sulla neurologia della lettura – si formò con un lavoro di millenni; ora è in fase di demolizione: la percezione simultanea prevale. Videogiochi, internet e diabolici telefonini sono nelle mani dei ragazzi ben più dei libri. A giudicare dai primi fenomeni, non pare un progresso: ma chi vivrà vedrà.

Ormai dunque molta parte dell’apprendimento avviene attraverso le immagini e non attraverso il testo scritto. In questa trasformazione quale ruolo ha il meccanismo pubblicitario?
La pubblicità è più ancora della televisione “cattiva maestra”, come pensava Popper. E’ ubiqua, infiltrante, sfacciata, spesso oscena; multimediale, multilingue, attraente, è difficile sottrarsi. E’ talmente importante che non ci accorgiamo più che la fanno individui come noi, che potrebbero essere sì rieducati; al contrario, pensiamo quasi che si faccia da sola. Oltre a formare stereotipi e concezioni (tipica e orribile è la concezione della donna come cosa da acquisire e possedere), forma linguaggio.

Il linguaggio della pubblicità. Secondo lei è adatto ai bambini o è troppo pensato per gli adulti? Come si potrebbe migliorare?
Lo considero del tutto inadatto, soprattutto perché diffonde stereotipi, frasi fatte e banalità. Ma c’è poco da fare: perfino Topolino, un tempo casto e civile come una scuola seria, gronda pubblicità da tutte le pagine.

(da Bimbi.it)

 

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