Senza pubblicità, giorno 1928: il secondo perchè

pubblicità⛵ Giorno 1928 senza pubblicità. Seconda ragione: meno emotività, più immaginazione e senso critico da offrire ai bambini

Nella mia visione “estrema, militante”, eccetera, la prima considerazione ne genera inevitabilmente un’altra. Se la comunicazione dipende in modo così vitale da chi ha esclusivamente interessi mercantili… quale idea di normalità si formerà agli occhi dei bambini? Loro non sono affatto stupidi. Tutt’altro. Sanno cogliere le contraddizioni ipocrite tra le parole degli adulti e la realtà dei fatti che li circonda. Tutto spinge davanti a uno schermo… e davanti a uno schermo sembra che l’unica cosa che vince, al di là delle belle parole, è la persuasività di un linguaggio evocativo che ha espropriato il territorio dell’arte: il linguaggio (e gli interessi) della pubblicità. Considerare arte l’adv mi sembra  un ossimoro. L’arte è espressione umana libera e fine a se stessa, non il dominio di escamotage psicologici che ti inchiodano a modelli fin da bambino. Per convenienza consegniamo noi stessi e i bambini alla semina consumistica e, grazie al linguaggio dell’adv, essa  attecchisce facilmente tra i bambini, perché il loro senso critico è raso al suolo, invece che essere stimolato. Beh, se questo succede ogni ora del giorno e ogni giorno dell’anno, i bambini finiranno per convincersi che la realtà e i bisogni disegnati dai mercanti siano gli unici possibili. Penseranno che il senso critico sia una fatica inutile, esattamente come l’adesione a se stessi e ai proipri bisogni reali. Troveranno normale che non si possa e non si debba immaginare autonomamente. L’immaginazione per loro esisterà solo come  un piatto servito da uno spot pubblicitario, come una leva che serve ad accompagnare alla cassa di un supermercato. Anche questo mi è parso un buon motivo per non volere pubblicità. Ma io sono un “estremista”, appunto. Poco pragmatico.

E invece nella mia visione, occuparsi di cultura per l’infanzia significa mettere al centro l’interesse dei bambini, non quelli delle aziende. Che restano legittimi, naturalmente, ma che vanno separati, ridotti e resi riconoscibili rispetto al contenuto giornalistico. Nel proprio territorio, ciascun operatore della cultura semina a modo suo: chi con le emozioni del teatro, chi stimolando l’immaginazione autonoma in un libro, chi raccontando storie fantastiche in un museo, chi stimolando la creatività e la manualità in un laboratorio artistico. Non penso alla cultura per l’infanzia… militante!

Ma per me che quei temi li racconto da vent’anni, occuparsi di cultura per l’infanzia su Bimbì non può significare attirare  il “target-mamma/bambino” con l’argomento “teatro” per poi vendergli merendine, bibite, pannolini, giocattoli più o meno tecnologici e via dicendo. Significa, invece,  rivolgersi alle mamme e ai papà dotati di senso critico. Coinvolgere (provarci…) sul web gli operatori della cultura: occhio, è un problema epocale che vi riguarda, non basta rimuoverlo per risolverlo.  Significa dimostrare ai bambini che, partendo  dall’accettazione dei propri limiti, si può lo stesso provare  ad affrancarsi da un pensiero unico opprimente e falso, che vorrebbe farci credere che si nasce clienti prima che persone. Significa accettare la realtà e insistere ugualmente nella sfida impossibile.

@GiampRem

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