Diario di bordo, giorno 1912 a.f. (adv free). L’Accademia Europea dei Pediatri a proposito di bambini, schermi e pubblicità

A livello europeo e nazionale è essenziale educare le società e le parti interessate sull’impatto che i mass media possono avere con l’esposizione incontrollata ed eccessiva dei bambini a influenze potenzialmente dannose. Questa esposizione illimitata potrebbe essere considerata una forma di abuso emozionale e di negligenza. Ciò accresce l’importanza di introdurre norme obbligatorie che proteggano i minori da pubblicità inappropriate che potrebbero influire negativamente sulla loro salute

L’European Academy of Paediatrics è una società pediatrica composta da pediatri di Paesi europei e non europei. Alla voce soci, conta le società nazionali  di trentuno nazioni: l’Italia  è rappresentata da Società Italiana di Pediatria e Federazione Italiana Medici Pediatri. Può bastare  come referenza per decidere di prendere sul serio le conclusioni di un suo studio? Lo studio in questione è stato condotto insieme all’European Childhood Obesity Group ed è stato pubblicato poche settimane fa sulla rivista Acta Paediatrica. Le due organizzazioni hanno effettuato una ricerca nella letteratura pubblicata (citando tutte le fonti), giungendo a dimostrare una correlazione inequivocabile tra epidemia di obesità infantile ed esposizione mediatica. Le due organizzazioni europee hanno concluso la ricerca con un auspicio che non lascia spazio a dubbi:

Le politiche sanitarie in Europa devono tener conto della gamma di influenze dei social media che promuovono lo sviluppo dell’obesità infantile.

La ricerca si sviluppa intorno a una ventina di brevi capitoli: da “Esposizione dei bambini alla tv e ad altri schemi” a “Meccanismi ed effetti della pubblicità televisiva“, da “Pubblicità alimentare attraverso internet e smartphone” a “Uso dei mass media e modelli di sonno“, per citarne alcuni. L’ho stampata in italiano (grazie a Chrome che traduce direttamente on line) e ho dedicato del tempo a una lettura non superficiale, prendendo atto una volta di più che nella scelta di Bimbì non c’è nessun “estremismo”: un progetto editoriale che metta al centro la cultura per l’infanzia, oggi, ha senso solo se è antagonista a un sistema della comunicazione che premia in proporzione alla capacità di incollare i bambini (non solo loro , aggiungerei) a uno schermo e alla visione da parte loro del più elevato numero possibile di inserzioni pubblicitarie.  I dubbiosi, i “non demonizzatori” e figli del proprio tempo, si leggano questa ricerca. Per loro comodità riassumo qualche stralcio:

1) Le informazioni fornite dai media elettronici, compresa la tv, avvengono così rapidamente che non c’è tempo per formulare un apprezzamento individuale del contenuto   presentato effettuando un’analisi critica. Questo è particolarmente vero per i bambini (da “Mechanism and effects of tv food advertising”)

2) Si stima che ogni bambino in un paese occidentale guardi circa 40 mila annunci pubblicitari ogni anno, di cui 4500-7500 sono pubblicità di alimenti non salutari (daFood advertising and childhood obesity”)

3) I bambini di età compresa tra 2 e 8 anni che sono esposti a spot pubblicitari durante programmi televisivi per bambini hanno dimostrato tendenze significative a scegliere marchi di alimenti che sono stati promossi durante la visione, anche dopo una sola esposizione breve (da Food advertising and childhood obesity“)

4) Rispetto ai bambini con peso normale, i bambini obesi hanno mostrato una maggiore attivazione nelle regioni cerebrali di ricompensa (…) quando sono stati esposti a loghi alimentari. In contrasto, i bambini di peso sano hanno mostrato una maggiore attivazione cerebrale nelle aree associate al controllo cognitivo e all’autocontrollo (da Quality of food advertising and the  importance of branding)

5) Studi su neonati, bambini più grandi e adolescenti hanno rilevato che i soggetti con un maggiore utilizzo dei social media, o che dormivano con i dispositivi mobili nella loro stanza, erano soggetti a maggior rischio di disturbi del sonno (da Mass media use and sleep patterns)

6) L’abuso o la dipendenza da smartphone ha  dimostrato di ridurre i contatti faccia a faccia negli adolescenti e di aumentare i problemi comportamentali e sociali che possono portare a problemi di depressione e sonno, ben noti fattori di rischio obesità (da Smartphones)

7) E’ più difficile per i bambini riconoscere gli annunci pubblicitari su internet rispetto alla tv poiché gli annunci web non sono raggruppati e visualizzati tra i programmi come in tv. In futuro sarà ancora più difficile controllare la pubblicità sul web rispetto a quella in tv poichè la prima  è  meno costosa per l’industria alimentare e più difficile da controllare attraverso le politiche e la legislazione nazionali (da Food advertising through the internet and smartphones)

8) Le politiche di prevenzione dell’obesità sono chiaramente in conflitto con questi i principi (liberalizzazione degli scambi commerciali – ndr) in quanto il loro principale obiettivo è ridurre l’assunzione di cibo indipendentemente dai mercati. Il diritto al libero scambio tuttavia può essere messo da parte quando c’è bisogno di protezione della salute pubblica. I governi possono limitare la libera circolazione di beni o servizi come parte dei programmi per contrastare l’obesità infantile. Come pediatri ed esperti di salute infantile riteniamo che proteggere i bambini sia una priorità più alta dei semplici interessi economici. I governi devono trovare un modo per proteggere la salute dei loro figli (da Self-regulation and legislation on advertising to children)

 Il documento si chiude con il virgolettato che ha aperto questo post e con l’auspicio di un’alfabetizzazione mediatica dei genitori. Anche a proposito delle scuole, i pediatri hanno un suggerimento:

Dovrebbero cercare opportunità per avviare sia programmi preventivi che educativi che migliorino le competenze cognitive dei bambini e illuminino i loro atteggiamenti nei confronti di tutti i mass media a partire da quando entrano all’asilo (…). I programmi scolastici possono facilmente includere lezioni che incoraggino i bambini a riconoscere la pubblicità all’interno dei mass media e comprendano i veri obiettivi della pubblicità”.

Sono brevi stralci su un totale di dodici pagine, ma chi ha voglia di leggere trova moltissimi altri elementi al link della ricerca. Quegli elementi riportano a galla la domanda che mi faccio  da 1912 giorni. Da quando, cioè, ho deciso che il mio sito sarebbe nato e sopravissuto senza pubblicità. La domanda è questa: cosa deve fare un sito dedicato a genitori, educatori e insegnanti, che si occupa di cultura per l’infanzia? Deve criticare quelle leve e poi usarle perchè in fondo tutti teniamo famiglia e bisogna far quadrare i conti? Oppure deve accettare lo sforzo di cercare nuovi equilibri perchè quella (e nessun’altra, solo quella) è in fondo la vera sfida?  Grazie in anticipo a chi saprà indicarmi una risposta diversa rispetto a quella che da cinque anni sta dando Bimbì. La risposta, per chi non la conoscesse, è stata questa: tenetevi anche la mia quota di pubblicità.

@GiampRem

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