Dal New York Times: come la Silicon Valley progetta di conquistare la classe

Vai al post del New York Times. Con Chrome si può attivare la traduzione e leggerlo in un italiano… comprensibile

⛵ Che l’utilizzo dei dispositivi tecnologici in classe (computer, tablet, per esempio) migliori i risultati dell’istruzione deve ancora essere dimostrato. Che intorno a quelle decisioni si muovano interessi eccezionali, invece, è certo. Lo racconta in una lunga inchiesta il New York Times, non proprio l’ultimo degli arrivati a proposito di autorevolezza, che cita l’esperienza del distretto scolastico di Baltimora, nel Maryland. La Silicon Valley ha mostrato una particolare predilezione per le scuole pubbliche di quello che è il 25mo maggior distretto degli Stati Uniti, con i suoi quasi 113 mila studenti, le 173 scuole e un budget molto significativo (fonte: la tabella citata dal NYT).

Non a caso il post s’intitola “Come la Silicon Valley progetta di conquistare le classi”.  E’ un’inchiesta molto lunga. Il senso? “A makeover is born”. Una trasformazione è avviata. Ma quanto costa, e non solo dal punto di vista economico, la digitalizzazione della didattica? Intanto il  quotidiano Usa individua nei dirigenti scolastici le figure corteggiate dalle imprese tecnologiche, per il loro potere decisionale nella scelta degli investimenti. Producendo dati e documenti del caso-scuola di Baltimora, le autrici danno conto  di un collegamento: quello tra l’adozione di un computer portatile (205 milioni di dollari il valore del contratto) e decine di inviti per il dirigente che l’ha approvato a conferenze con soggiorni in varie località. Inviti non giunti dall’industria produttrice del pc/tablet, ma da gruppi finanziati dall’azienda stessa. Alberghi, aerei, pasti… tutto spesato. E anche tutto legale, ovviamente, perchè partecipare a  conferenze è legittimo.

Si può ritenere inutile addentrarsi in qualcosa che succede quasi 7 mila km a ovest di casa nostra. E invece un clic sul post del NYT (Chrome lo traduce in italiano) è utile perchè aiuta a capire quanto sia, anzi quanto sarà, difficile difendersi. Perché arriverà anche qui il video promozionale persuasivo con il jingle in sottofondo, i bambini che sorridono maneggiando  un tablet,  il parere dell’esperto che dà ampie rassicurazioni e la  solita ironia: non vorrai mica usare il gessetto nel terzo millennio?

Proprio perchè sembra fin troppo facile, ecco tre domande senza jingle e ironie:

  • Nelle sponsorizzazioni nella scuola è l’impresa commerciale che finanzia la scuola o sono gli alunni che finanziano l’impresa commerciale?
  • Computer, tablet, smartphone: sono necessari o no all’apprendimento di bambini e ragazzi delle scuole dell’obbligo? Diversi pedagogisti ritengono che l’utilizzo può rivelarsi persino controproducente.
  • La credibilità di un’offerta pedagogica e didattica ha un valore contrattuale in sè oppure  compete con la convenienza economica?
Il video dura 1,23 minuti ed è disponibile nel post del New York Times. Il post è linkato all’immagine qui sopra

Con la sirena della gratuità l’informazione è stata conquistata da linguaggi e interessi commerciali. Quella bambina che al secondo 25 di un video promozionale di un’azienda privata (“How Tech Companies Use Schools to Promote Their Products”, poco sotto la prima foto grande), dice che adesso i computer sono disponibili in classe senza bisogno di segnare il proprio nome,  è il segno di un’altra sirena, tecnologica stavolta. Computer, tablet (magari un giorno smartphones…) sono disponibili. Ok, ma sono indispensabili alla didattica, ancor più in rapporto al loro costo? E quale altra spesa sostituiscono? Cioè, a cosa ha rinunciato, quella bambina, per avere la disponibilità di un tablet?
Dovremmo prepararci a trovare queste risposte per poter scrivere regole chiare.
O il rischio è che nessuno crederà più a niente.

@GiampRem

Grazie a Mauro Verde per la traduzione

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