Perchè limitare l’esposizione dei bambini agli schermi. Intervista a Daniele Novara

Novara
Illustrazione © GraphicsRF, Fotolia.com

Sono stato nella sede milanese del CPP, Centro Psicopedagogico per l’educazione e la gestione dei conflitti, nel quartiere Forlanini, per intervistare il pedagogista e scrittore Daniele Novara. Ho chiesto di incontrarlo per un colloquio sui due temi che caratterizzano la linea di Bimbì da quando il sito è nato: l’eccesso di esposizione dei bambini agli schermi e alla pubblicità. Vista la mole dei contenuti, abbiamo convenuto di dividere l’intervista in due parti. Ecco la prima, quella che riguarda schermi e smartphone. Nei prossimi giorni seguirà la seconda, sui linguaggi della pubblicità.
@GiampRem


Diversi interventi dimostrano che sei molto sensibile al tema dell’eccesso dell’esposizione dei bambini agli schermi. E allora proviamo ad analizzarne gli effetti. Iniziamo dai bambini in età prescolare.
E’ un effetto devastante. Nei primi 6/7 anni i bambini hanno un pensiero sensoriale. Per definire la realtà hanno bisogno della concretezza. E’ il loro cervello ad averne bisogno. Questo perché la conoscenza del reale sboccia attraverso l’utilizzo dei cinque sensi. Devono toccare, sentire, annusare, assaggiare, impastare, manipolare. Lo schermo sostituisce il reale con il virtuale e quindi inibisce uno sviluppo armonioso e completo.

Sono inibizioni di carattere psicologico o fisiologico?
Entrambe. Il cervello del bambino è permeabile. Nei più piccoli la corteccia prefrontale, quella che concerne la presa delle decisioni e la personalità, deve ancora formarsi. Una pioggia di immagini accattivanti da uno schermo soddisfa sicuramente il bisogno di piacere, produce ricompense, ma allo stesso tempo agisce negativamente su quest’area. Che è quella legata  alla capacità di concentrazione, per esempio sui compiti scolastici, e di adeguarsi alle regole sociali. E’ intollerabile che le leggi di mercato prevalgano sul benessere dei nostri figli. Li stiamo consegnando agli interessi delle compagnie telefoniche o dei brand di smartphone. Servono adulti responsabili.

E i bambini in età da scuola primaria?
L’eccesso di esposizione produce danni allo stato puro anche a loro. Noi riconosciamo immediatamente un ragazzino che è stato troppo tempo davanti a uno schermo: presenta segnali inequivocabili come l’instabilità emotiva, i comportamenti evitanti nei confronti dei compagni, lo scarso senso dell’autorità. Li riconosciamo perché sono scollegati dalla realtà. Quando poi la realtà si presenta loro davanti non sanno gestirla e nasce il disagio. E’ una catastrofe educativa di cui non c’è assolutamente il giusto grado di consapevolezza. E i neuropsichiatri non avvertono mai i genitori.

Perché non c’è questa prevenzione?
(Prima di rispondere, si prende una pausa di riflessione)
Un tempo i dentisti non insistevano sull’importanza di lavare i denti tutte le sere. Solo di mattina. Poi di notte gli zuccheri facevano il loro mestiere. E di giorno gli studi dentistici erano pieni.

Capisco. Il problema riguarda anche i preadolescenti. Lì la faccenda si complica. Cosa suggerisce ai genitori per difendersi?
Molti genitori stanno imparando a difendersi. So che a Milano ci sono gruppi di genitori che hanno i figli alle elementari e si sono organizzati perché nessuno riceva in regalo uno smartphone. Con i bambini delle primarie si può ancora agire efficacemente. Alle secondarie, invece, tutto diventa più difficile: l’unico vero argine è il limite. Mettere paletti. Un’ora, massimo due al giorno. Bisogna partire dalla consapevolezza che per un preadolescente lo smartphone è la prima vera occasione per emanciparsi dai genitori. E’ il suo primo territorio privato e inaccessibile… sarebbero disposti a qualunque cosa pur di difenderlo. Una delle cose più importanti è il sonno: dopo le 22 bisogna staccarli da tutti i dispositivi. E bisogna sincerarsi che studino lontano da essi.

Molti genitori si appellano al diritto alla privacy dei loro figli, bambini o preadolescenti che siano. Quindi non controllano lo smartphone del figlio.
E’ proprio lì che volevo arrivare. Lo considero un errore gravissimo. La privacy del bambino, o del ragazzino, è una sciocchezza e non conta nulla rispetto ai rischi a cui il giovane viene esposto se non c’è un controllo adulto. Il genitore deve controllare, o è come se disertasse! E deve considerare una medaglia l’eventuale arrabbiatura del pre-adolescente. Vuol dire che sta facendo bene il proprio mestiere. Che è quello di educatore, non del compagno di giochi.

Qualche esempio?
L’ultimo è quello dei genitori che si sono rivolti a me perché erano preoccupati per l’umore della figlia. Quando dopo molte pressioni si sono decisi a controllare lo smartphone, hanno scoperto che era ricattata sessualmente dal fidanzato diciannovenne. Aveva qualcosa come quattromila messaggi. Un’enormità. Hanno denunciato, ovviamente, e hanno fatto benissimo. Ma le ferite rimangono. Sono in particolare le ragazzine, anche verso i 12 anni, ad essere esposte. Altro che “rispetto della privacy” da parte dei genitori.

Eppure pochi giorni fa il Ministero dell’Istruzione ha dichiarato che lo smartphone diventerà a breve uno strumento didattico a scuola 
Lo smartphone come strumento didattico è un ossimoro, qualcosa di cui faccio persino fatica a discutere. E’ come dire che per studiare l’alcool, bisogna fare bere la birra a scuola. Siamo in un allarme che non è rosso, ma rossissimo. L’Istituzione deve tutelare! Tanti pedagogisti, tra cui lo stesso Benedetto Vertecchi, sono schierati contro l’invadenza tecnologica a scuola. Invece il Ministero dell’Istruzione si affida alle lobby del digitale.

@GiampRem

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